L’emergenza Coronavirus ha stravolto e ferito la vita di tutti noi e, inevitabilmente, ha travolto non marginalmente "anche" limiti, vincoli, libertà, diritti e regole costituzionali che per decenni abbiamo considerato sacri e inviolabili.

Non era possibile, nella temperie unica e inedita di queste settimane, fare in altro modo e, anzi, sarebbe stato un delitto contro la salute e la vita di tutti noi (che rimane il primo diritto sancito dalla nostra Costituzione) non agire tempestivamente, per rispettare, invece, tutte le procedure più ortodosse e legittime. Ma l’eccezionale straordinarietà del passaggio non può, neanche essa, consentire un totale e ripetuto stravolgimento del nostro impianto istituzionale, soprattutto quando non è necessario. Ed è proprio questo il senso "politico-costituzionale" del decreto legge approvato ieri dal governo. Nell’atto ci sono, evidenti, il segno e la mano del Presidente della Repubblica, che ha sicuramente "suggerito" di riportare nell’alveo della Carta tutto quello che si poteva riportare. A cominciare dalla stessa scelta del decreto legge, che è sottoposto alla firma del Capo dello Stato e all’approvazione del Parlamento.

Non basta. Nell’atto vengono riprese tutte le norme più delicate contenute nelle molteplici ordinanze, si regolano le nuove sanzioni (non più di valenza penale) e si disciplinano i rapporti controversi tra governo e regioni. E, elemento di tutto rilievo, si fissa una scadenza per questo regime speciale del Paese. Garanzie che danno un tratto di "sana normalità" al nostro mondo capovolto. E, di questi tempi, non è poco.