Io dico ’fame’. Non sono teologo, né altro che un ultimo fedele un po’ anarchico e come dico, un po’ scherzando e un po’ no, ’di rito romagnolo’. Dico ’fame’, fame di vita, specie in questo tempo di morte, e supplico che si possa almeno a Pasqua accostarsi a quel Corpo. A Chi in modo scandaloso disse a chi ha fame di vita «se non mangiate me» morirete per sempre. Lo disse allora a Cafarnao, scandalizzando, e ancora lo dice. Perché come un amante al culmine dell’amore all’altro quasi si offre a nutrimento, anche quel Dio si è dato da mangiare, sapendo che alla nostra fame di vita nulla può corrispondere, solo Dio la può colmare.

Dio Corpo, scandalosamente, e non un Dio ridotto a pensiero, parola, istituzione, legge. Io parlo di questa fame nella supplica grido che qui rilancio. E che ha suscitato adesioni e commenti e anche irrisione e banalizzazioni, come se le mie caute e affamate parole avessero toccato – e forse questo devono fare i poeti – ferite e questioni non dette. In tanti ci si sono misurati, è bello e non giudico le intenzioni, ma non amo superficialità o pigrizia su tali questioni.

Ho scritto su Tempi: "Non sottraeteci quel corpo. È singolare che per legge sia consentito (con adeguate misure) andare dal tabaccaio o dal profumiere e non accostarsi al Corpo di Cristo, come se anche Lui, dovesse sottomettersi alla sottrazione dolorosissma di corpi che vediamo nella distanza, nella morte solitaria, nella sparizione. Ma non è possibile davvero organizzarsi con molti turni di messe per poche persone? Chiese che sono sempre semivuote non strariperanno. Lo si sta facendo per le opere di carità, non si può farlo per la liturgia di Pasqua? Con mail di prenotazione o altro? Con accorgimenti che qualunque fedele accetterebbe pur di baciare, mangiare quel Corpo amatissimo e divino, corpo risorto mentre tutto parla di corpi morti?". 

Immagino che consolazione sarebbe per tanti che non potrebbero farlo, specie chi vive nella malattia o i fratelli sotto persecuzione, sapere che altri lo fanno. Liberamente, responsabilmente come quando si va in certi esercizi necessari, magari chiedendo a chi è anziano e debole di non esporsi. Tale sottrazione di quel Corpo che ha determinato nell’arte delle terre cristiane la gloria del corpo umano e la cura del corpo ferito, ora chiama chi ha fame. È in gioco come sempre la differenza tra fede nella incarnazione e spiritualismo.