I nostri figli hanno migliaia di amici su Facebook, mettono ‘like’ di qua e di là ma di amici in carne e ossa, uhm, qui si dubita ne abbiano sul serio. E lo streaming in Rete, cavalcato da giganti del web come Netflix, Amazon eccetera, sta riducendo a consumo individuale o al massimo familiare il godimento di un film. Tutto questo è inevitabile, per carità. La chiamano rivoluzione digitale e mica hanno torto, infatti ci ha cambiato la vita (per non poche cose, pure in meglio). Ma non sempre l’ineluttabile è cosa buona e giusta. Il fatto che la sala cinematografica si riproponga come polo di aggregazione, beh, allora può essere letto come un desiderio di condivisione.

Condividere una emozione, esatto. Provare in contemporanea la stessa compassione per una storia malinconica. Riconoscersi in un sentimento, uno slancio, un desiderio di umanità. In breve. Avrebbero avuto lo stesso effetto le baruffe di Peppone e Don Camillo, alias Gino Cervi e Fernandel, se i nostri antenati le avessero viste in solitudine? E gli schiaffi alla stazione di Amici miei? E le scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill sarebbero diventate memoria collettiva sullo schermo di un computer? E quanto è stato bello commuoversi tutti insieme, mandando giù il magone, quando Alberto Sordi decide di farsi fucilare accanto a Vittorio Gassman alla fine della Grande Guerra di Monicelli? Se davvero il cinema, inteso proprio come luogo fisico, ci aiutasse a recuperare, tra risate e lacrime, il senso di appartenenza ad una comunità, magari diventerebbe meno difficile anche la comprensione dell’altro, del prossimo. È ormai ‘normale’, si fa per dire!, ignorare chi sia il nostro vicino di casa. E se fosse il tizio seduto accanto a noi nel buio della sala che sommessamente piange, come noi, per il finale del film?...