Se non fosse stato per il richiamo di Mattarella nel discorso di saluto al presidente cinese, il tema dei diritti umani sarebbe finito nel dimenticatoio. Ora, si dirà che la Realpolitik non può perdersi in quisquilie con la prima o seconda potenza economica del mondo. Gli affari sono affari. Ma prendiamo atto che questa visita in pompa magna è a tutto beneficio del capo della più grande dittatura del mondo, ove i diritti di libera espressione e di associazione sono repressi col carcere e con i campi di ‘rieducazione’. Prendiamo anche atto che l’aggressione intimidatoria portata da un funzionario dell’ambasciata cinese a una giornalista italiana, ‘rea’ di scrivere articoli critici sulla Cina, non ha trovato eco di scuse. Prendiamo, infine, atto che tutto ciò avviene sotto la regia del vicepremier Di Maio, assurto agli onori della politica sbandierando i valori del suo Movimento contro i compromessi corruttori altrui.

Detto ciò, si resta increduli nel constatare che ai nostri governanti sfugge che tutta la politica economica internazionale della Cina comunista è strumento della sua politica estera e come tale punta al controllo di grandi infrastrutture. Infatti, nel Memorandum con l’Italia, il governo cinese ha fermamente richiesto il richiamo alle infrastrutture. Così noi potremo esportare le arance siciliane in Cina, con indubbio beneficio per i produttori siciliani, mentre loro avanzeranno pretese su porti, aeroporti e comunicazioni nazionali. È vero che un Memorandum non vincola; ma è altresì vero che condiziona una volta che le nostre aziende avranno trovato in Cina occasioni di mercato. Se poi Di Maio e Di Battista avessero fatto un viaggetto in Africa avrebbero scoperto che, contrariamente a ciò che pensano, quel continente non è oggetto del colonialismo francese, bensì cinese. Sempre con lo stesso mezzo: strade, porti, collegamenti. In una parola: infrastrutture.
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