Partiamo da un presupposto: un referendum non è mai una cosa banale. Non lo è nei contenuti, nella dinamica e nei risultati. I referendum hanno cambiato, o lasciato immutati, molti importanti connotati sociali e politici del nostro Paese. Hanno introdotto l’aborto e il divorzio; hanno bocciato le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi. In certi casi, infine, hanno dato precise indicazioni, poi disattese dal Parlamento, come la responsabilità civile dei giudici, che continuano a non essere responsabili di nulla. Vergognoso. Ora è di nuovo pioggia di referendum: giustizia, cannabis, eutanasia. Incombe persino il green pass, in attesa di una consultazione popolare sui tamponi.

Senza entrare nel merito di ognuno, una prima cosa risulta evidente: con la firma elettronica il tetto delle 500 mila adesioni si raggiunga in un attimo. E’ successo per la cannabis, figuriamoci se si mobilitano le falangi no vax. Un clic e via, abbassando di fatto una asticella che il legislatore aveva volutamente collocato in alto per non essere sommersi da quesiti su qualunque argomento. Cosa che ora può accadere, e che forse è bene scongiurare alzando di nuovo il tetto, rendendo così più difficile, più impegnativo, portare i cittadini alle urne.

E siccome si parla tanto di libertà vere o presunte, garantite o violate, è bene chiarire che questa barra non è un attentato alla democrazia. E’ semplicemente e correttamente il modo di ricordarci che in una Repubblica parlamentare come la nostra, è il Parlamento da noi eletto che fa le leggi, non una assemblea di piazza come nei cantoni svizzeri, e tantomeno una piattaforma web; che il referendum (abrogativo) può e deve restare uno strumento eccezionale, perché la normalità sta nel lavoro di Camera e Senato chiamate a fare, o a correggere le leggi.

Certo, se da anni si discute e non si decide su argomenti delicati come la cittadinanza, la cannabis "libera", o non si rimedia alle storture dell’ordine giudiziario, salvo l’ultima mini riforma obbligata dalla Ue; se insomma i partiti non fanno il loro mestiere, che è quello di prendere decisioni, ma si arenano nella palude dei veti, delle tattiche, delle paure, è normale che la democrazia diretta dilaghi. Per questo occorrono più firme, e più Parlamento. Sempre che non si decida di costruire un’altra Repubblica. Legittimo. Ma per farlo non bastano 500 mila clic e un "banale" referendum.