La centrale nucleare di Chernobyl (Foto archivio Ansa)
La centrale nucleare di Chernobyl (Foto archivio Ansa)

Un amico mi ha detto di essere rimasto sveglio fino alle 3 del mattino per vedere la serie televisiva su Chernobyl, perché l’ha trovata così avvincente da non riuscire a staccarsi dal video. Merito dell’americano Craig Mazin che l’ha scritta e dello svedese Johan Rench che l’ha diretta. Ma probabilmente le ragioni del successo vanno cercate anche altrove. Ad esempio nella mai sopita paura del nucleare, che ha avvelenato le generazioni del dopoguerra per effetto di Hiroshima e anche della guerra fredda. Ma vanno cercate anche nello choc provocato dall’incidente che accadde a cento chilometri da Kiev la notte del 26 aprile 1986, quando per una serie di negligenze del personale ci fu, in quella centrale, una fuga radioattiva duecento volte superiore alle atomiche sganciate sul Giappone. Sono passati trent’anni e quella paura resta, perché quell’incidente dimostrò che dovevamo guardarci dal nucleare sia militare sia civile. Qualcuno ricorderà le settimane e i mesi di quella primavera italiana, nella quale non si poteva mangiare insalata né bere latte, ed era perfino raccomandato non camminare sui prati o nei campi.

Quella nube fu forse il primo caso di autentica globalizzazione, che ci fece capire più ancora di quanto non fossero riuscite a fare fino ad allora le parole che il destino di un uomo era inevitabilmente il destino di tutti e che certi pericoli non avrebbero risparmiato nessuno. Ancora oggi non si conosce il bilancio delle vittime, che per le autorità sovietiche furono limitate e per gli ambientalisti invece hanno superato cifre milionarie. Oggi quella serie televisiva ha risvegliato le sensibilità sul tema della difesa ambientale e anche se potrà sembrare una consolazione superficiale e inefficace, perché nessun paese è un’isola, a me pare sia stata una saggia decisione quella presa dagli italiani nel referendum dell’8 novembre 1987, ovvero un anno dopo Chernobyl, quando di fatto abrogarono il nucleare in Italia. È vero che quel voto non ci avrebbe protetto da eventuali incidenti se fossero capitati ad esempio in Francia, ma quel voto fu se non una soluzione il segnale di voler cercare altre strade capaci di portarci verso un futuro più sicuro e meno angosciante.