La copertina di Charlie Hebdo e Notre Dame (Ansa)
La copertina di Charlie Hebdo e Notre Dame (Ansa)

All’indomani del feroce attacco islamista del gennaio 2015, tutto il mondo si strinse intorno alla Francia e a quel che rimaneva della redazione del settimanale parigino. Fu un moto di solidarietà internazionale, anche da parte di chi non sempre condivideva quella che gli autori e i lettori di Charlie Hebdo consideravano satira e che invece talvolta era solo una raccolta di offese gratuite. Tipo quella vignetta di papa Benedetto XVI effigiato con la scritta "merde" sul petto, e altre dello stesso tenore. Da quel giorno anche molti italiani iniziarono a conoscere questa versione parigina del Vernacoliere, quello sì spassoso settimanale di satira, irriverente, corrosivo, spesso forte nei toni, ma in definitiva mai volgare e mai gratuigamente blasfemo.

La nostra conoscenza è stata approfondita poi da altre vignette che Charlie Hebdo ha dedicato all’Italia, e tra tutte ricordiamo quelle sul terremoto e sul ponte Morandi, senza dimenticare qualche immancabile riferimento alla mafia. Una raccolta di luoghi comuni anti-italiani. Dopo l’incendio di Notre Dame, Charlie Hebdo ci ha riprovato, e gli esiti anche in questo caso sono stati identici. La solita vignetta offensiva, che non ha fatto ridere o riflettere nessuno e che prendeva spunto dal disastro per mettere alla berlina il presidente Macron e in definitiva tutti i francesi coinvolti emotivamente in una tragedia nazionale di proporzioni immani.

Ridere o far riflettere è il vero compito della satira, ne misura il valore artistico e le concede quella sorta di immunità grazie alla quale si allentano le maglie della censura e il dovere di rispettare sempre e comunque l’onorabilità del prossimo. A patto però che esista un reale contenuto satirico e non ci si limiti alla semplice e gratuita offesa. Quattro anni e mezzo fa il mondo brandì la scritta "Je suis Charlie Hebdo", volendo in questo modo rivendicare il valore della tolleranza e della libertà di espressione contro l’oscurantismo religioso, islamico o cattolico alla stessa maniera. Poi si è scoperto che non sempre la libertà di espressione coincide con la libertà di dire ciò che si vuole, che in una società moderna nata proprio dalla rivoluzione francese la libertà di ognuno finisce dove inizia la libertà altrui, e sono iniziati i ripensamenti. E anche il fantomatico "popolo dei social" si è adesso ribellato all’ennesima trovata del settimanale sedicente satirico. E’ passata la sbornia, "je ne suis pas Charlie Hebdo".