Ci sono i costi della politica e poi ci sono i prezzi che per la politica si pagano. Ci sono gli sprechi, gli stipendi monumentali, i furbetti del doppio incarico, il peculato e le campagne – spesso giustificate – che ci hanno fatto percepire con sospetto chi si candida, indipendentemente dal partito o dalle idee. E ci sono quelli che per quattro spiccioli, in Comuni minuscoli, falcidiati dalle ristrettezze di bilancio, si caricano sulle spalle intere comunità. Si trasformano in vigili urbani, netturbini, elettricisti, impiegati d’anagrafe, giardinieri e persino imbianchini. Per essere stati eletti alla guida, o solo nel consiglio, di un paese sotto i mille abitanti, vengono ripagati con un massimo di mille euro lordi. E sostituiscono il personale che non hanno e i soldi che non possono spendere, facendo da sé.

Con il talento che da sempre contraddistingue l’inventiva italiana, nella campagna moralizzatrice contro i costi della politica, le auto blu e i privilegi della casta, siamo riusciti nel capolavoro di non impensierire neppure chi fa degli incarichi pubblici una ben remunerata carriera e stangare senza pietà chi per dovere e per onore sa di dover dare ai cittadini una risposta quotidiana, fatta anche di piccole cose: lampadine da cambiare, semafori da riparare, scuole da aprire, parchi da custodire e multe da staccare. Ai primi abbiamo garantito la sopravvivenza, ai secondi abbiamo reso la vita difficile in mille modi. Primo fra tutti, quel sistema chiamato patto di stabilità interna, un artificio che blocca (ora in parte modificato) la spesa pubblica.

Vietato investire e pagare, in generale. Ma ai Comuni, specie ai piccoli, fin qui è stata imposta una cura dimagrante assai più pesante di quella chiesta allo Stato centrale. Obbligo di tenere i soldi in banca senza assumere o appaltare lavori, perché i ministeri potessero in sostanza spendere il denaro che non avevano. A debito. Un debito compensato con le riserve altrui. Il solito pollo di Trilussa, con cui abbiamo salvato la faccia con Bruxelles per anni. E poi, in caso di protesta, era già pronta l’etichetta di casta.