L’agonia di Theresa May parte da lontano. E la cosa ci riguarda da vicino. Perché è un dramma europeo. E perché – più importante – colei che l’ha messa nei guai è la stessa che ha messo nei guai l’Italia, la Grecia, la Spagna, la Francia eccetera. Mi riferisco ad Angela Merkel, di cui il morente Helmut Kohl disse: ha distrutto la mia Europa. Già, proprio così. Ha distrutto l’europeismo del suo predecessore e mentore nel perseguimento di un’Europa alla tedesca. Il che ha portato all’imposizione di un’austerity controproducente e ha ingessato per un lustro l’azione soccorritrice della Banca Centrale Europea. Con il bel risultato di dissanguare le economie più deboli. Sono cose note, mentre la Merkel viene sconfessata anche in casa propria. Meno nota o dimenticata è la sua responsabilità nella caotica tragedia inglese.

Ricordate l’estate 2015? La Merkel aprì le porte a un milione e passa di migranti, che avevano risalito la rotta balcanica. Ma per molti non era la Germania la destinazione finale. Era la Gran Bretagna. E così per mesi tentarono di attraversare clandestinamente la Manica, nascosti nei Tir o percorrendo a piedi il tunnel ferroviario. Quelli che non ci riuscirono si accamparono a Calais e si scontrarono con la polizia. Ebbene il caso volle che quelli fossero anche i mesi antecedenti il referendum indetto dall’allora premier Cameron.

La domanda era: volete rimanere nell’Ue? Una robusta maggioranza sembrava per il sì. E invece la tentata invasione e l’infiammato Nigel Farrage rovesciarono i pronostici. Vinse il no. Cameron si dimise. Gli succedette la May, il cui ingrato compito era negoziare con la Ue una separazione non traumatica. Il resto è storia nota. La povera Theresa non c’è riuscita. Almeno sinora. Come ultimo gesto offre le sue dimissioni, anche se la soluzione più logica sarebbe un nuovo referendum. Ma non è detto che l’esito sarebbe diverso. Il fatto è che la Merkel con la sua arrogante miopia ha risvegliato i nazionalismi. I politologi li chiamano sovranismi. La sinistra e le anime belle razzismo. In realtà non è questione di termini, ma di sopravvivenza.