Mi è capitato a volte di fermarmi a riflettere sulla cosa peggiore che possa succedere a un essere umano. Per esorcizzare la paura, per apprezzare meglio il bello che abbiamo e anche per non farsi prendere troppo dallo sconforto nei momenti meno positivi che capitano a tutti. Della serie: c’è sempre chi sta peggio di te. Sul tema ci sono anche classifiche compilate da team di psicologi, tristissime da una lato e utili dall’altro. E nel caso delle disgrazie, la fantasia non ha limiti: dal dolore fisico a quello morale, dalle umiliazioni nei rapporti personali alla scomparsa di qualche persona vicina. Mi ha per esempio sempre molto colpito il dramma che deve aver vissuto chi viene privato della libertà o della vita pur essendo innocente, ma tra tutte le tragedie la peggiore è senza dubbio la sofferenza o la perdita di un figlio, che moltiplica nella tua carne la sua sofferenza e la proietta nel tempo. La cronaca di questi giorni racconta però di un tipo di tragedia ancora piu atroce, ossia la morte di un figlio per mano o per distrazione del genitore. E’ accaduto a Torino, dove una bambina di meno di due anni è stata investita dall’auto della mamma in retromarcia dopo essere sfuggita al controllo della nonna, è accaduto nella piscina di un parco giochi, dove un bambino di quattro anni è affogato dopo che probabilmente, ma qui le indagini devono chiarire meglio i contorni dell’accaduto, era stato perso di vista dalla mamma. E’ accaduto spesso in passato, e pensiamo a casi di bambini morti perché lasciati al caldo in auto. Al tutto si aggiungono poi le azioni della magistratura, sale strofinato su ferite che non si possono rimarginare. E’ la fatalità della vita, la crudentà di un destino che chissà per quale combinazione astrale riserva a uno piuttosto che a un altro la recita più funesta ed esige il proprio sacrificio umano per soddisfare qualche sadico bisogno di beffe, e che raddoppia una sciagura dalla quale un essere umano non potrà mai riemergere. Un crepaccio esistenziale che ti spinge nell’ultimo girone dell’inferno, dannato senza colpa. Un abisso che osserviamo ammutoliti, che ci fa sentire sempre dei sopravvissuti, per fortuna, e che obbliga noi, da ignari superstiti, a guardare con grande rispetto chi è diventato vittima nella sua stessa tragedia e mandar loro un pensiero di vicinanza e una lacrima da condividere.