Cinquanta metri e cinquecento lire. La moneta come premio se fosse riuscito a battere su quella distanza una Porsche o un’Alfasud. Strade polverose di Barletta, Pietro ha quindici anni. Scatta e vince quel premio: cinquecento lire per andare al cinema e mangiarsi un panino. Un premio che entra nella leggenda. Nella leggenda di Pietro Mennea. L’uomo più veloce di Porsche e Alfasud. In un’epoca che sembra lontana ormai come un’era glaciale, fare sport era cosa naturale. Quasi fisiologica. Per andare a scuola, per andare a prendere le cose volute e desiderate, per trasformare i sogni in realtà. Mennea è diventato così un campione. Plurilaureato tra l’altro. Sfidando ogni luogo comune possibile e immaginabile su eventuali convivenze tra far sport ad alti livelli e continuare a studiare. 
 
Da Barletta al barrio di Villa Fiorito, a sud di Buenos Aires. Primi anni ’60, quel ragazzino con pochi spicci nelle tasche che va a fare le commissioni per la famiglia e nel frattempo palleggia (coi piedi) un’arancia, si chiama Diego Armando. È quello che diventerà il Pibe de oro, abituato con i palloni di carta (o di pezza) a dribblare i lampioni (prima ancora dei campioni). Proprio come farà quel pomeriggio messicano di 33 anni fa, con mezza Inghilterra, per poi andare a fare gol. 

L’attività sportiva (e di conseguenza fisica) un tempo era impossibile evitarla. Le capriole di felicità per un gol o solo di liberazione su un prato non avevano nemmeno bisogno che fossero insegnate da qualcuno. Venivano naturali. 
Ora le parole di Sara Simeoni sono disarmanti al riguardo: «Bimbi che non sanno fare nemmeno una capovolta». E che magari passano giornate a sognare colpi da «Shaolin soccer», come un Ibrahimovic qualsiasi, senza essersi mai alzati dalla sedia di casa. Ma rischiando invece, una tendinite al polso per l’uso smodato di joystick davanti al monitor.
Un mondo sì, davvero capovolto. Senza bisogno di saper fare le capriole.