L’INTELLIGENCE americana lancia l’allarme il 9 gennaio scorso: "L’Isis è alle corde, ma può colpire con i droni carichi di esplosivo". "Dopo la sconfitta in Siria, Daesh è ancora più pericoloso", precisano alla fine di febbraio i servizi segreti europei: "Sono tremila, hanno centinaia di armi e milioni di dollari a disposizione". "L’Isis è ancora in grado di ispirare attacchi in Europa", scrivono i nostri 007 nella relazione al Parlamento rimarcando il lavoro di monitoraggio e prevenzione soprattutto verso i radicalizzati, i 139 foreign fighters partiti per la Siria o l’Iraq e a vario titolo collegati con l’Italia. Uguale e contrario, adesso, il terrorismo colpisce dall’altra parte del mondo.

Come in un ping pong letale, fanatici islamici e fanatici anti islamici minacciano di trascinarci in una catena di gesti di "emulazione" o di "ritorsione". Il mondo torna in allerta, proprio quando la rete internazionale della sicurezza sta impiegando risorse massicce per disinnescare gli effetti della guerra contro il nemico jihadista, feroce, spietato, addestrato e ancora in grado di fare male. L’attacco del suprematista Brenton Tarrant alle due moschee in Nuova Zelanda è il peggiore che abbia mai colpito la comunità musulmana, in un paese occidentale. Più grave di quello di Alexandre Bissonette che all’inizio del 2017 fece una strage in una moschea del Quebec; e dagli effetti più devastanti rispetto a quello di Darren Osborne che guidò il suo furgone contro la folla di fedeli in uscita da una moschea di Londra.

Una strage in diretta streaming su Facebook, pallottole e morte sul tappeto di un faticoso dialogo interreligioso. Le comunità islamiche colpite al cuore da un attentato "frutto dell’irresponsabile incitamento all’odio xenofobo". La strada per sconfiggere il terrorismo universale è ancora lunga.