Di tutto abbiamo bisogno in Italia, fuorché della decrescita felice (si fa per dire), visto che il Paese non cresce da anni. Ci voleva la nuova ondata anti industriale e anti liberale innescata dai 5 stelle alla ricerca dell’identità perduta, per dare l’ennesima mazzata al sistema Italia. Negozi chiusi la domenica, tassa sulla plastica dalla sera alla mattina (spacciata come il modo per salvare l’ambiente) e la campagna contro l’accordo di ArcelorMittal per l’Ilva. Alla fine la multinazionale ha alzato bandiera bianca.

Ma non è una vittoria ostacolare chi avrebbe dovuto rilanciare il polo siderurgico di Taranto investendo 4 miliardi, rimediando ai disastri ambientali e garantendo migliaia di posti, oltre che un presidio fondamentale per la siderurgia italiana. In un Paese dove si risponde alla disoccupazione con il reddito di cittadinanza e non creando lavoro, dove cresce la cassa integrazione e il Pil arranca, mancava la svolta pseudo eco-giustizialista.

A rimetterci saremo tutti: le imprese italiane dovranno importare ancora di più acciao. La Cina ringrazia. Se non è vocazione anti industriale questa. D’altronde, che aspettarsi da chi vaneggiava di sostituire l’Ilva con una grande Disneyland? Ciò che drammaticamente traspare in questa sbandata luddista è la visione di un Paese sganciato dall’Occidente, una via di mezzo tra un Venezuela maduriano e un idilliaco paradiso, buono per i blog ma lontano dalla realtà. In questo contesto, lascia sbigottiti lo stordimento del Pd. Il partito che aveva inaugurato le liberalizzazioni, oggi sembra rinunciare alla costruzione di un paese moderno pur di restare aggrappato ai 5 Stelle. Ieri i democratici hanno chiesto a Conte di convocare l’azienda. Un tempo avrebbere chiesto di convocare chi ostacola la crescita economica. Senza questo coraggio, anche i dem sono destinati alla decrescita. Infelice come l’Italia.