Con il veto all’approdo di nave Aquarius, nave Ong carica di migranti, il nostro ministro degli Interni è passato con decisione dalle parole ai fatti, e non è finita. È ovvio come quello di Matteo Salvini, che sapeva benissimo di andarsi a infilare in un vespaio accanito, sia stato un gesto provocatorio che, pur coraggioso, senza accordi specifici con gli Stati costieri mediterranei non potrà essere sostenuto nel lungo termine. "L’Italia non china più il capo", è la nuova parola d’ordine. Un modo un po’ irrituale di dare una scossa a un sonnacchioso sistema internazionale, pago di aver riempito il Mediterraneo di flotte militari e di angeliche navi Ong. Il problema ha una sua massa e non è risolvibile con barconi, navi grigie o navi arancioni. I dati dell’anno scorso indicano che il 90% del flusso parte dalle coste libiche, in una graduatoria che vede seguire l’Egitto con il 7%, la Turchia con il 2% e la Tunisia e l’Algeria lo 0,5%. E’ tuttavia dimostrato come le organizzazioni malavitose siano in grado, se occorre, di trasformare ciascuna di queste sorgenti in rotte alternative. Il coinvolgimento di navi italiane e alleate, della nostra Guardia Costiera, l’esistenza di precisi accordi nel quadro dell’Organizzazione Marittima internazionale (Imo), le responsabilità del Corpo delle Capitanerie di Porto in quanto centro di coordinamento (Imrcc) in una estesissima area del Mediterraneo centrale, sono tutti fattori ostativi alla continuità di un’azione di forza. Matteo Salvini lo sa bene, e sa altrettanto bene che dopo questa provocazione (al momento ancora efficace), la strategia migliore sia rispolverare senza indugi il "metodo Minniti", che aveva cominciato a dare i suoi frutti.