Antonio Catricalà (ImagoE)
Antonio Catricalà (ImagoE)

Roma, 24 febbraio 2021 - Un colpo di pistola alla tempia strappa Antonio Catricalà all’Italia migliore. Il suicidio del 69enne giurista calabrese diventato consigliere di Stato a 30 anni - e poi volato ai più alti incarichi immaginabili tra aule di giustizia, autorità garanti, ruoli di governo, aule accademiche, presidenze di società private - è uno scatto che buca affetti e coscienze e al tempo stesso s’incunea con forza dirompente nell’Italia angosciata da un anno di Covid. "Era depresso", dichiara la moglie Diana Agosti agli inquirenti, e se non emergeranno sorprese dall’inchiesta avviata dalla procura di Roma, la verità del gesto sta probabilmente in queste due parole che trasportano il grand commis di Stato nella sua proiezione estrema: un borghese che dimentica ogni bene - l’intelligenza, la fama, la ricchezza, le frequentazioni, il potere - e sceglie di farla finita.

Piallato dalla depressione, che diventa ansia e tormento, o forse dalla supposizione di aver già riempito ogni stanza della propria vita, il professore firma un addio tragico che, superato lo choc della notizia, mette d’accordo tutti. Da destra a sinistra passando e ripassando per il centro, infilandosi nei gangli nascosti del Deep State - lo Stato profondo, che nei momenti di difficoltà orienta la politica alla ricerca di una bussola - incredulità e tristezza riempiono ogni commento. La scomparsa di un campione di duttilità e intelligenza lascia un vuoto che in realtà è un burrone perché costringe tutti a sporgersi - almeno per un attimo - sul ciglio della caducità umana, della labilità dell’esistenza. Quell’attimo, forse non così infrequente, in cui può balenare la voglia di lasciare questo mondo. Quell’attimo in cui ogni uomo è solo un uomo senza altri titoli, un uomo aggrappato ai suoi misteri.