Di chi è questo bambino? Questa è la domanda che come un fantasma si aggira in Europa e anche nei tinelli di casa con le tv accese. Di chi è Alfie Evans, chi deve prendersene cura, essendo piccolo e indifeso? È figlio della Corte Suprema inglese? È proprietà della Corte Europea (che ha girato la testa dall’altra parte dinanzi alla supplica dei genitori)? Di chi è Alfie, a chi appartiene la sua vita e dunque anche la nostra (poiché in un certi senso siamo tutti piccoli e indifesi)? Con geniale sarcasmo un poeta ragazzo di fuoco, Arthur Rimbaud, ironizzava nella Parigi di fine Ottocento dicendo che doveva tutto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ovvero che la sua vita apparteneva a una dichiarazine istituzionale. Lanciava la sua ironia poetica di fuoco contro un sistema che vedeva ergersi a unica misura del valore della vita.

Ma la vita di un piccolo appartiene al destino, a questa entità di cui persino il nome ormai è bandito nei ragionamenti dei burocrati e dei finti intellettuali. Al destino e alle mani in cui il destino lo ha posto naturalmente con tutto il carico di sofferenza, fragilità e infinito amore che porta con sé, cioè ai suoi genitori. Ma le corti non vogliono considerare il destino – il che è già segno di ottusità –, ma addirittura vi si vogliono sostituire, negando a chi vorrebbe collaborare al bene voluto dai genitori per il loro piccolo il diritto di farlo. Non chiamatela Europa dei diritti. Ma del più forte. Il tutto naturalmente in punta di codice. Ma come sapevano gli antichi abitanti d’Europa pur senza parlamenti né corti, nella cosiddetta applicazione massima della legge si può annidare il massimo della ingiustizia, della ingiuria contro la vita. È purtroppo un film che si ripete. Li chiamano "casi", come per Charlie. Ma due casi fanno un indizio.