Belt and Road Initiative. Tre parole che stanno rimbalzando sulle pagine dei giornali negli ultimi giorni, da quando, cioè, si è iniziato a parlare con più insistenza della possibilità che il governo italiano firmi un Memorandum of Understanding con la Cina per aderire al progetto lanciato dal Presidente Xi Jinping nel lontano 2013.

Sì, perché nonostante da noi si sia sollevata solo ora tanta sorpresa, in realtà sono ormai sei anni che a Pechino hanno pensato di proporre un nuovo modello di globalizzazione attraverso il rilancio della connettività, fisica, digitale e immateriale tra Asia, Africa ed Europa. L’iniziativa è ancora per lo più sulla carta, ma il Presidente Xi ne ha fatto il fiore all’occhiello della propria diplomazia, politica ed economica, convinto che l’appetibilità dei miliardi di dollari messi sul tavolo per la realizzazione del progetto potesse rivelarsi un comodo passe partout. 

Invece così non è stato e l’idea che l’Italia possa essere il primo Paese del G7 ad aderire sta facendo alzare diverse sopracciglia in Europa e negli Stati Uniti, nel timore che possa essere il preludio di una penetrazione cinese verso occidente. E mentre il dibattito sembra polarizzarsi sempre più su posizioni ideologiche, tra detrattori e tifosi, la domanda “BRI sì o no?” fa perdere di vista la realtà dei fratti: BRI o no, la Cina è già in Europa. L’Ue è stata trai i principali destinatari di investimenti cinesi all’estero a partire dal 2015, quando Pechino ha settato come nuovo obiettivo una crescita qualitativa del proprio sistema. Le parole d’ordine sono quindi diventate investire in Europa per ricavarne valore aggiunto da spendere in casa propria. E così è stato. A macchia di leopardo. In tutta Europa, da nord a sud.

La vera domanda, dunque, non è se cooperare o meno con la Cina, ma come farlo per non subire il peso economico del gigante asiatico e, al contrario, per ridurre i rischi e massimizzare le opportunità. Ciò significa lavorare per trovare una quadratura del cerchio tra la necessaria garanzia di sicurezza e di rispetto delle tradizionali alleanze e la possibilità di creare delle nuove sinergie di sviluppo economico per le aziende nazionali. Il problema è che finché non si inizia a concentrare il dibattito su questa equazione si rischia di continuare a fissare il dito, senza prendere in considerazione di dare un’occhiata alla luna.