Il regista Francesco Munzi tra le attrici Anna Ferruzzo e Barbora Bobulova sul red carpet (Afp)
Il regista Francesco Munzi tra le attrici Anna Ferruzzo e Barbora Bobulova sul red carpet (Afp)

Venezia, 29 agosto 2014 - No ai clichè dei film sulla mafia, sì all'archetipo della tragedia. A spiegarlo è il regista Francesco Munzi parlando del suo 'Anime Nere', primo film italiano in concorso alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia che ha strappato i consensi dalla critica e ben tredici minuti di applausi del pubblico durante la proiezione ufficiale. La pellicola, tratta dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, è ambientata in Calabria e parla di una faida in Aspromonte all'ombra della 'ndrangheta. 

Munzi, in conferenza stampa, ha sottolineato di essersi volutamente tenuto lontano dai film di genere, pur raccontando la storia di tre fratelli legati alla criminalità organizzata. "Esiste certamente la lotta tra clan, le due famiglie che si scontrano nel paese di Africo dove è ambientato il film - ha detto Munzi - ci sono i traffici illeciti, un fratello, Luigi che fa il lavoro sporco, Rocco che invece ha un aspetto più rispettabile e fa l'imprenditore coi soldi illegali, e Luciano che continua a fare il pastore in Aspromonte con le capre mantenendo un legame con la sua terra. Ho cercato di mettere in conflitto i familiari asciugando la storia e facendola uscire dai clichè dei film di genere sulla mafia, definendo così l'archetipo di una tragedia". 

Tutti gli attori di 'Anime nere' si sono dovuti misurare col dialetto di Africo, paese del Reggino. Nessuna difficoltà per Marco Leonardi originario di Locri; qualche problema per Peppino Mazzotta di Cosenza, che ha dovuto apprendere il dialetto originale di Africo, "una vera e proprio lingua"; stesse difficoltà per il siciliano Fabrizio Ferracane che come Aurora Quattrocchi è stato affiancato da un coach per assimilare ogni possibile sfumatura africese. 

Fabrizio Ferracane per immedesimarsi al meglio nel ruolo del pastore d'Aspromonte, ha vissuto per un mese ad Africo vecchio in mezzo alle capre, studiando metodicamente l'inflessione del luogo. Anche Anna Ferruzzo che interpreta la moglie di Luciano, di origine pugliese, ha lavorato soprattutto sull'espressività silenziosa delle donne calabresi. Mentre Barbara Bobulova, l'elemento estraneo, la moglie milanese di Rocco, ha soprattutto espresso l'incomprensione del Nord verso un Sud pieno di misteri e di strani riti. 

Oltre agli attori professionisti, hanno recitato moltissimi abitanti del luogo che dopo un'iniziale diffidenza hanno aperto le loro case e i loro cuori al progetto di Munzi. In particolare il giovane Giuseppe Fumo che interpreta il ruolo del figlio di Luciano che decide di seguire le orme degli zii nel crimine. Il giovane ha rivolto un appello ai suoi coetanei in Calabria: "Vorrei inviare un messaggio ai miei coetanei. In Calabria non c'è lavoro ma non fate scelte sbagliate, non legatevi con le 'ndrine e cercate di costruire un futuro migliore".