Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher (Ansa)
Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher (Ansa)

Venezia, 31 agosto 2014 - Una coppia come tante nella New York di oggi: un ingegnere di Manhattan e un’italiana impiegata d’ambasciata. Un figlio non programmato, un rapido matrimonio e un incubo imprevisto, dapprima strisciante poi palese. Sullo sfondo il problema  dell’abuso di fiducia nella medicina alternativa. Il secondo film made in Italy in Concorso, dal titolo yankee, sembra un timido Polanski (quasi un Rosemary's Baby all’incontrario), anche se poi il fondo italiano ha il sopravvento: al posto di infernali incantesimi troviamo più semplicemente una dolorosa nevrosi. 

Il triangolo Costanzo – Rohrwacher - letteratura italiana giovane o giovanissima,  già sperimentato in I numeri primi, si ripete con, al posto del piemontese Giordano, il veneto Marco Franzoso autore di un romanzo breve “Il bambino indaco”. Le cento pagine del libro si leggono in un batter d’occhio mentre non si potrà dire altrettanto del film che non trova il ritmo giusto e forza un connubio tra dramma familiare e thriller-medico-legale con esiti, a tratti, incerti.  Alba Rohrwacher perfettamente a suo agio nel ruolo della giovane madre post-anoressica, ultravegana, decisa a respingere qualsiasi pratica medica (persino la più innocua delle ecografie viene vista come intrusione), incarna bene l’insicurezza della modernità che spinge a rifiutare la medicina ufficiale. Il suo bimbo è speciale, come ha garantito una veggente, e dovrà nutrirsi di oli di semi, non vedere il sole, né tantomeno gli orridi omogeneizzati che il padre (Adam Driver, star della serie Girls) gli dà di nascosto. Sono gli utili suggerimenti che vengono da pubblicazioni parascientifiche e che arrivano in capo a qualche mese a mettere in pericolo la crescita e la sopravvivenza del piccolo. 

Il senso di accerchiamento, di solitudine, l’angoscia da post parto, l’incapacità di valutare i contradditori aspetti della quotidianità della famiglia dopo la nascita di un figlio, che sono alla base di tante tragedie domestiche, vengono ben rappresentati dal film che costringe lo spettatore a dividersi tra l’empatia con questa madre indifesa e la rabbia per un atteggiamento ideologico tipico delle menti più deboli. 

Tuttavia Saverio Costanzo non trova nell’ampia materia offertagli l’equilibrio tra le diverse suggestioni  che sembrano averlo spinto a scegliere il romanzo di Franzoso.  Non gli manca il talento (In memoria di me rimane il suo film più convincente, almeno per segno stilistico), talento che, in Hungry Hearts, non si esplica fino in fondo: al posto dei  grandangoli deformanti  che dovrebbero sintetizzare l’uscita di senno della protagonista avremmo preferito inquadrature penetranti capaci di restituirci la sensazione di una comprensibile oppressione.

Voto 7