Il premio Nobel Josè Saramago (Afp)
Il premio Nobel Josè Saramago (Afp)

Riccardo Jannello

SENTIVA, José Saramago, che non sarebbe mai arrivato a scrivere per intero un nuovo romanzo, dopo il profondo Caino, uscito nel 2009, seconda invettiva religiosa che dava alle stampe. Ma voleva tentare di mettere nella memoria del suo computer ciò che da tempo gli frullava per la testa, lucida nonostante l’età e la malattia che progressivamente lo stava soffocando. Quasi una sfida: io arrivo dove posso — sembra di sentirlo —, al resto pensateci voi; io vi do la materia su cui pensare anche se mi porterò nella tomba le mie conclusioni. E questa materia, che d’altra parte lo ha seguito per tutta la vita, è rappresentata dalle armi, dall’interrogativo sul loro commercio, su come potessero venire vendute ai regimi dittatoriali. Profondamente pacifista quanto ateo, Saramago partiva da un paradosso: mai uno sciopero era stato fatto in una fabbrica di armi, eppure anche lì dentro doveva celarsi qualcuno che non amava la guerra. Com’era possibile per gli operai che costruivano ordigni ribellarsi. A Milano i padroni fecero sparare uccidendo al primo tentativo di sommossa. Nella guerra civile spagnola si narra che all’interno di una bomba fosse trovato un biglietto scritto in portoghese: non scoppierà mai. Chi l’aveva costruita l’aveva resa inoffensiva.

SARAMAGO aveva già dato il titolo a quest’opera rimasta incompiuta per la morte, a giugno 2010, dell’autore: «Alabardas alabardas, espingardas espingardas», prendendo a prestito un verso dello scrittore portoghese Gil Vicente. Ora sono giunte in libreria alcune decina di pagine, tre capitoli già pieni di cose, a promettere un testo che mai avremo, ma che è facile intuire sarebbe stato impegnato e senza sconti, come il premio Nobel ci ha abituati. ‘‘Alabarde alabarde’’ — così nella versione italiana (Feltrinelli, pagg. 109, euro 10) — pur in nuce ha alcuni caratteri già delineati: Arturo Paz Semedo, direttore vendite di armi leggere alla Produzioni Bellona, nome dedicato alla dea romana della guerra; Felicia, la moglie separata pacifista; l’amministratore delegato dell’azienda; gli zelanti archivisti. Una lettura di Malraux fa interrogare Arturo sul ruolo delle fabbriche d’armi; vuole capire se la Bellona ne ha vendute ai fascisti spagnoli e italiani negli anni Trenta del Novecento. L’amministratore delegato gli accorda il permesso di consultare gli archivi credendo che scriverà una storia dell’azienda, ma possiamo presumere che userà questa possibilità per ben altro. Quale sarà il suo percorso, comunque tortuoso e tormentato, lo possiamo delineare solo da alcune note che Saramago ci ha lasciato nel suo diario. Sappiamo che, nella testa dell’autore, l’istinto pacifista nato in Arturo fra Malraux e il desiderio di riconquistare la moglie si scontrerà con la bramosia di fare carriera, realizzare il sogno di passare alle «armi pesanti» della Bellona. Quando l’otterrà, Saramago lo farà «mandare a cagare» una volta per tutte da Felicia.

IL MONDO spietato che ingurgita i soggetti più deboli: è questo che Saramago ha sempre indagato nei suoi romanzi e lo fa anche in questo abbozzo di «Alabarde alabarde». poche pagine più saramaghiane che mai, con il suo stile unico e irripetbile che lo conferma un gigante della letteratura contemporanea. Da quando non c’è più, è uscito un antico romanzo, «Lucernario», scritto in giovinezza e bloccato dalla censura; ora questi tre capitoli; probabilmente ci sarà un cospicuo epistolario da esaminare. Pessoa ci ha lasciato un baule pieno di cose, il suo successore ce le ha fatte conoscere (quasi) tutte in vita.