Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti in una scena de 'La pazza gioia' (Ansa)
Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti in una scena de 'La pazza gioia' (Ansa)

Roma, 7 maggio 2016 - E' un film nato per loro e su di loro, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. E le due attrici hanno ripagato il regista Paolo Virzì con una interpretazione intensa e coinvolgente, molto applaudita all’anteprima per la stampa. Sono loro le protagoniste de 'La pazza gioia', il 14 maggio al Festival di Cannes, alla Quinzaine de Réalisateurs, e poi nelle sale dal 17 maggio. Scritto da Virzì con Francesca Archibugi, il film racconta di Beatrice (Bruni Tedeschi) e di Donatella (Ramazzotti), due ospiti di una comunità terapeutica, all’apparenza molto diverse. Due donne spezzate che insieme intraprendono una strampalata fuga in cerca di un po’ di felicità.

Virzì, com’è nata 'La pazza gioia'?
«Stavo girando “Il capitale umano” e il giorno del mio compleanno, mia moglie Micaela è venuta a trovarmi sul set. Era la prima volta che vedevo insieme lei e Valeria. Camminavano nel fango tenendosi per mano. Quell’immagine ha fatto nascere subito in me il desiderio di fare un film con loro». 

Un film che commuove e diverte. Come lo definirebbe?
«È un film realistico con momenti da commedia avventurosa e, a tratti, perfino psichedelica, con tutti quegli psicofarmaci che si consumano e mandano tutti su di giri. E, a un certo punto, c’è anche un tocco da fiaba. Comunque, tutto il mondo della salute mentale che mostriamo, è frutto di una lunga e approfondita esplorazione che abbiamo compiuto su quello che offrono in questo settore le istituzioni».

Un film che vuole parlare anche del disagio mentale?
«Il disagio mentale è una realtà che ci riguarda tutti, ma poiché ci fa paura, preferiamo ignorarlo e tenere lontane le persone che ne soffrono. Tristezza e angoscia sono cose con cui tutti facciamo i conti. Ci ha fatto molto bene avere sul set, mescolati con gli attori, alcuni veri pazienti dei centri di igiene mentale di Pistoia e di Montecatini. Il fatto che ci fossero anche loro confusi col cast, per noi è stato liberatorio».

Le figure femminili sono spesso centrali nei suoi film.
«È così, fin dal mio primo film, 'La bella vita'. Forse perché fin da piccolo, oltre a Salgari e Jack London, leggevo anche “Piccole donne”. Ho sempre preferito storie con protagoniste femminili, anche quando scritte da uomini come nel caso di 'Madame Bovary' o 'Anna Karenina'. Mi piacciono le figure femminili soprattutto se non eroine ma donne sbagliate, stigamtizzate come poco di buono. Beatrice e Donatella sono due donne bellissime, struggenti, buffe. Due donne che alla fine non possono fare a meno l’una dell’altra, e questo affetto diventa la loro terapia».

C’è soprattutto una sequenza che richiama 'Thelma e Louise'. Un omaggio?
«A dire il vero non ho proprio pensato al film di Ridley Scott, ma mi piace il modo in cui è stato ribattezzato il mio film, “Thelma e Louise nel mondo dei lunatici”. Comunque i debiti cinematografici e letterari ci sono, e sono molteplici, da 'Qualcuno volò sul nido del cuculo' a 'Un Tram che si chiama Desiderio'. Per quanto riguarda questo film di Elia Kazan, ho fatto un furto, spero con destrezza, rubando intere battute di Blanche Dubois e mettendole in bocca a Beatrice».

Felice di andare a Cannes?
«È un piacere e un onore. Non pensavamo di andare a Cannes e con il film eravamo pronti a uscire il 3 marzo. Poi, a sorpresa, a fine gennaio, ci è arrivata una lettera in cui ci chiedevano il film. Da sempre, come spettatore e come direttore di festival, ho amato in modo particolare la Quinzaine perché da questa sezione, negli ultimi anni, è sempre venuto il cinema più innovativo. Sarà una grande emozione condividere questa presenza nella Quinzaine con un mio quasi allievo come Claudio Giovannesi e con uno dei monumenti del nostro cinema come Marco Bellocchio».