Roma, 10 marzo 2016 - “Quando impari la musica sui libri, hai sempre bisogno di leggere i testi. Se impari la musica con il corpo è come andare in bicicletta: te lo ricordi sempre”. Nana Vasconcelos, 71 anni, uno dei più grandi percussionisti moderni morto ieri a Recife, la sua città nel nord est del Brasile, per un male ai polmoni, era completamente autodidatta, non ha mai frequentato scuole di musica e ha studiato ben poco anche delle altre materie. Ma suonava nei bar e nei night club fin da quando aveva dodici anni, accompagnando il padre che si esibiva al piano mentre quello sveglio figlioletto – che non aveva l'età e poteva svolgere la sua professione solo con un permesso della giustizia minorile - batteva su tutto quello che poteva.

Ho imparato sui vasi da notte e sulle padelle di casa”, ha dichiarato il musicista pernambucano quando un anno fa ha ricevuto la laurea honoris causa dalla Universidade Federal Rural de Pernambuco. La sua provenienza umile non ha impedito a Vasconcelos di diventare una star internazionale. Nel suo Paese ha suonato un po' con tutti i grandi della musica popolare e del jazz, le sue collaborazioni con Egberto Gismonti, polistrumentista, sono piene di poesia e ritmo.

Nana ha inventato un modo di suonare le percussioni, sia quelle tradizionali del suo Paese come il berimbau o il pandeiro sia quelle in uso in ogni Continente, che lo faceva davvero assomigliare a un guru della musica. I suoi strumenti, qualunque fossero, sembrava cantassero. “Suono così e anche dopo la mia morte questo mio modo di farlo sopravviverà”, ha dichiarato un paio di mesi fa. Vasconcelos era malato da circa un anno e nonostante cicli di cura sempre più intensi il male non lo abbandonava, ma lui insisteva a lavorare.

Dieci giorni fa al termine di uno show a Salvador de Bahia si è sentito male ed è stato portato in ospedale nella sua Recife. Non vi è più uscito. Continuava a sfornare progetti, a salire su un palco, a registrare album. Aveva dato il via, come accadeva da quindici anni, al Carnevale di Recife, di cui era uno dei maggiori sostenitori diffondendo i suoi ritmi in tutto il Brasile. Accanto a lui c'era un'altra gloria pernambucana, Lenine. E alla gente assiepata sotto il palco, Nana aveva detto che stava studiando nuove forme di ritmo per la manifestazione. Era il suo un entusiasmo che ha messo in ogni occasione, lavorando con qualsiasi collega fin dal primo album del 1972, “Africadeus”, e proprio questo collegamento con l'Africa, lui che era discendente dei neri giunti schiavi nell'Ottocento in Brasile, lo aveva interessato nella musica, creando un ritmo che ricordava le due rive dell'Atlantico.

Ma la grandezza di Nana è rappresentata dalle sue collaborazioni internazionali e dalla partecipazione ai grandi festival jazz. Pat Metheny, Jan Garbarek, Don Cherry, Pierre Favre, Paul Motian, Ralph Towner, Jon Hassell e Brian Eno sono alcuni dei musicisti con i quali Vasconcelos ha inciso. A Montreux, nell'evento più importante di jazz al mondo, ha più volte portato spettacoli emozionanti. Non disdegnava neppure l'Italia: ha collaborato con Pino Daniele sia in studio sia in tour, con Saro Liotta e Mario Scotti nell'album “L'attesa” dedicato al Brasile e nel 1991 con Eduardo De Crescenzo per l'album “Cante Jondo”; in quell'anno è stato con il cantautore napoletano sul palco di Sanremo dove lo ha accompagnato nel brano “E la musica va”. I colleghi brasiliani hanno manifestato tutto il loro dolore per la morte dell'amico. Gilberto Gil ha postato una vecchia foto di lui e Nana sul palco con una semplice frase: “Riposa in pace, mio caro”.