Isabelle Huppert e Paul Verhoeven (Ansa)
Isabelle Huppert e Paul Verhoeven (Ansa)

Cannes, 21 maggio 2016 - Occorreva la grandezza di Isabelle Huppert per rendere credibile il percorso fisico e cerebrale che porta una donna dall’essere vittima a farsi predatrice. Dinamica business woman, Michelle ex moglie di uno scrittore fallito, madre di un figlio imbelle, amante della sua amica e socia del suo compagno, subisce uno stupro da parte di un uomo mascherato.

Elle - ultimo film in Concorso di Cannes 69 – inizia con una sequenza brutale e se non si trattasse di Paul Verhoeven, l’autore europeo che ha rovesciato il cinema hollywoodiano con i suoi mondi immaginari e angosciosi, tutto lascerebbe credere che si tratti di un’eroina terrorizzata da un’eventuale recidiva e che inizi una forsennata ricerca dell’aggressore.

Invece, quasi da subito, grazie a un’inversione morale e ad una costruzione trasgressiva rispetto ai canoni, Mich(elle) va a raggiungere la teoria delle pericolose mantidi (da Basic Istinct a Showgirl) che popolano l’universo del regista olandese. Ancora una volta Verhoeven descrive un’umanità che obbedisce a leggi meccaniche in base alle quali la pulsione ferina è indissolubile dalla ricerca del potere. La sua protagonista subisce progressivamente una mutazione implacabile: non si tratta solo di sovrapposizione di desiderio e di sofferenza e nemmeno di un piacere perverso, paradossale nel suo conseguimento, ma piuttosto della conquista del controllo sugli individui (soprattutto maschi) che le sono intorno.

Elle pur rovesciandone le dinamiche resta, almeno all’apparenza, all’interno di un genere e quindi la sua presenza nel Concorso di Cannes disturberà qualcuno. Andrà invece salutato come opera di sicura intelligenza, capace di mostrare/nascondere i significati più diversi e le suggestioni più penetranti.