È stato bello sentire il saluto di Vettel alla squadra, intonando una versione riveduta e corretta di Azzurro, una delle più belle canzonette italiane del Novecento.
Tanto, che te lo dico a fare?
Seb era arrivato in Italia per imitare Schumi. Se ne va imitando Celentano. Non è esattamente la stessa cosa.
Dopo di che, nel giorno di Verstappen e della Red Bull in quel di Abu Dhabi, aggiungerò quanto segue.
Fine pena mai. Questo temo abbiano pensato milioni di ferraristi assistendo al mesto epilogo della stagione più triste. Vettel e Leclerc doppiati nel deserto.In coda persino al vecchio Raikkonen. Malinconico sipario su un campionato in cui le Rosse nemmeno hanno percorso un metro al comando di un singolo Gran Premio. Nemmeno un metro, se non ricordo male.
Poiché le cose stanno così, diventa decisiva la scelta cui il presidente John Elkann sarà chiamato a breve. Dopo le dimissioni di Louis Camilleri, il Cavallino deve individuare il nuovo capo azienda, essendo Elkann, per esplicita volontà personale, soprattutto una figura di rappresentanza.
Ora, desidero essere chiaro sul punto. Giustamente alla Ferrari, che in Borsa vale più di trenta miliardi di euro e che da sola capitalizza più della intera Fiat Chrysler, serve un manager ferratissimo su prodotto e finanza. Stiamo parlando del brand italiano più famoso sulla faccia della Terra.
Ma l’eletto dovrà, anche!, essere non solo ferratissimo sulle materie che ho citato. Dovrà essere ferrarista dentro. Nell’anima. Nello spirito.
Mi aspetto, quindi, la designazione di un professionista in grado di comprendere che significato abbiano le corse, per il Cavallino. Perché va bene tutto, dalle quotazioni ai dividendi. Ma qui urge un leader che condivida l’esigenza di sottrarre la Ferrari da Gran Premio alla pericolosissima china imboccata.
Non faccio nomi, ci penseranno gli azionisti di riferimento. Ma attenzione: qui il problema non è andare più piano della Mercedes o della Red Bull. L’insopportabile tristezza è figlia di un presente in cui, in pista, la Rossa viaggia più lenta pure della Racing Point, della Renault, della McLaren, della ex Minardi.
Il 2020 è stato crudele per tante cose, molto più serie di un ordine d’arrivo. Ma che la Ferrari amatissima non sia stata capace di regalare manco lo straccio di un sorriso, beh, questo fa male al cuore.