Stavo guardando la luna che spariva. Era anche un poco rossa, giusto per accentuare il senso di una solitaria malinconia. E a un certo punto si è materializzato al mio fianco un ragazzino.
Mi guarda e poi timidamente fa: ma tu sei quello della tv, di Race Anatomy, di Sky…
Veramente io avrei avuto voglia di guardare quella luna che lentamente si oscurava. Però il minorenne educatissimo mi ha steso con una domanda che non era una domanda.
“Lo sai che io ho quindici anni e non ho mai visto la Ferrari vincere un mondiale?”.
Stavo per rispondergli che no, si sbagliava, anagrafe alla mano era già tra noi all’epoca dell’ultima impresa di Schumi e del trionfo di Kimi.
Ma ho fatto in tempo a rendermi conto che la statistica non vale, se hai 15 anni la memoria del periodo tenerissimo non la possiedi.
E questa è la banalità dell’enorme. C’è già una intera generazione che la Ferrari l’ha soltanto vista perdere.
La luna sopra era sempre meno visibile anche se a me sembrava sempre più Rossa.
Il ragazzino era molto informato. “Però oggi a Budapest non siamo andati male, avevi ragione a dire che la Red Bull sarebbe andata molto forte comunque io ci credo, credo in Vettel, tantissimo”.
Me lo sarei abbracciato. È stata una settimana difficile, particolarmente dolorosa per chi si ostina a considerare l’elemento umano più importante di ogni altra valutazione. Ho anche provato compassione per chi, nemmeno per un attimo, ha smesso di elucubrare su interessi, affari, soluzioni, contratti. Eh, lo so: è il mondo moderno, bellezza.
Posso dire che non mi piace?
La luna era stata inghiottita. A me pareva di cogliere ancora un alone Rosso.
Il ragazzino è sparito anche lui.
Prima di andarsene, aveva fatto in tempo a dirmi: “Ce la facciamo, stavolta. Ah, io mi chiamo Ayrton e ho informazioni di prima mano, ciao”.
Debbo smettere di bere.
E anche di sognare, temo.