Il mio regno per un cavallo.
Oppure.
Il mio mondiale per un motore.
Chi ha conosciuto le corse di una volta, stenta un po’ a ritrovarsi nella dimensione attuale, figlia di regole che, come in una canzone di Antonello Venditti, che forse non a caso si intitolava Modena, beh, è “un ordine che non avremmo mai voluto “.
Ma così stanno le cose ti conviene prenderne atto. Dunque, è possibile che l’epilogo di una straordinariamente intensa volata iridata possa dipendere dal fatto che, presumibilmente, Lewis Hamilton sarà presto chiamato a montare una power unit nuova, con annessa penalizzazione in griglia.
Verstappen ci è già passato.
Domanda.
Ha un senso, tutto questo? Oppure ci troviamo di fronte ad una alterazione del Dna della Formula Uno?
Badate. Io esterno queste perplessità da tantissimo tempo da quando, cioè, è stata applicata alle corse una logica che con le corse, secondo me, c’entra decisamente poco.
È sano fare dipendere l’assegnazione di un campionato piloti da criteri che con il valore del pilota nulla hanno in comune?
Hamilton e Verstappen possono essere divisi, sul traguardo finale, da elementi estranei al loro enorme talento?
Cosa diremmo se nel calcio una Champions fosse decisa dall’uso di scarpette vecchie o nuove da parte di chi tira l’ultimo rigore?
Siamo uomini o caporali? (Citazione).
Di sicuro, io sono troppo vecchio.
Ma meglio essere un Boomer piuttosto che un coglione.