Lo so, lo so.
Ne parlano e ne scrivono anche in Germania, che sarebbe poi la patria di un certo Seb Vettel!. Tesi: a fine stagione Harry Potter, alias Binotto Mattia, saluterà la compagnia. Per andare a governare, nel 2019, la Renault di Daniel Ricciardo. Fermo restando un acclarato interesse della Mercedes per le prestazioni professionali di un ingegnere molto stimato (e si sa quanto a Toto Wolff piaccia vincere ostentando il contributo degli ex di Maranello, eh).
Chez Ferrari sussurrano che non accadrà nulla del genere. Il diretto interessato, cioè Binotto medesimo, è più muto di Buster Keaton in uno dei suoi film senza sonoro.
Ho già illustrato la mia modestissima opinione sull’argomento. La ripropongo perché non l’ho cambiata (sono un tipaccio molto testardo, lo ammetto).
Uno. So che è difficile da spiegare ai tifosi delusi per la mancata conquista del mondiale piloti, eppure questa del 2018 è stata la miglior stagione del Cavallino dal 2008 in poi. Lo dicono i numeri (sei vittorie). Lo testimonia il fatto che mai il monopolio Mercedes era stato così vicino alla sconfitta. Poi Vettel qualcosa ha sbagliato (anche se meno di quanto sento raccontare) e a inizio autunno verte soluzioni tecniche non hanno funzionato (ed è vero anche questo).
Due. I risultati di cui parlo sono stati ottenuti da una squadra che, in ruoli diversi e distinti, ha avuto come vertici Maurizio Arrivabene e appunto Mattia Binotto. Caratterialmente i due sono come l’acqua e l’olio. Ciò nonostante, se lasciamo parlare i fatti, insieme hanno restituito credibilità al Cavallino da Gran Premio. Non è mica poco.
Tre. Non viene valutato a sufficienza l’impatto che ha avuto, sulle dinamiche del campionato, la prematura scomparsa di Sergio Marchionne. L’uomo era un accentratore, in ogni ambito. Parlava tanto con Binotto e meno con Arrivabene. A scanso di equivoci, non era Marchionne a gestire il team o a progettare la monoposto. In compenso, non c’è dubbio che, da leader indiscusso, avesse molta influenza sugli equilibri della Scuderia. Marchionne aveva una grande passione per le corse, poi ne capiva fino ad un certo punto (vedi spostamento prematuro di Simone Resta in Alfa Sauber) e anche questo ci sta, era uomo di finanza, mica di pit stop.
Quattro. Alla luce di quanto esposto, con un mondiale costruttori teoricamente ancora alla portata della Ferrari, poiché anche i muri mormorano di incertezze sugli organigrammi futuri del reparto corse, non sarebbe una malvagia cosa prevenire ad un chiarimento, che anzi spero ci sia già stato.
L’importante è essere sinceri. Arrivabene dovrebbe restare al suo posto per almeno altri due anni e io dubito abbia molto senso ripartire dalla ricerca di un nuovo responsabile tecnico. A maggior ragione avendo la consapevolezza che la Mercedes è stata quasi raggiunta. L’idea mia, banalissima nella mancanza di originalità, è che quando manca poco alla meta si debbano superare le umane incomprensioni, nella certezza che il lavoro comune sia la miglior garanzia di un futuro vincente.
E se invece avessero ragione i media tedeschi? Ah, allora prepariamoci ad allacciare le cinture: spesso l’autolesionismo presenta il conto…