1. Non di rado banalmente mi capita di pensare che le grandi passioni popolari abbiano talvolta il merito di attenuare le divisioni tra la gente comune.
    Era il 1998. Venti anni fa.
    Ero andato a Montreal per il Gran Premio.
    Avevo portato con me mio fratello.
    Quando lo presentai a Jean Todt, il Pinguino francese fu quasi divertente, cosa per lui insolita.
    Ah no, disse. Già un Turrini è di troppo, figuriamoci due.
    Mio fratello, come tutti gli absolute beginners ai box, era stupito dalla frenesia di quel formicaio.
    La agitazione di meccanici ed ingegneri, in spazi ristrettissimi lì a Montreal, era sbalorditiva.
    Per tutti, amici ed avversari, Michael Schumacher era il Dio pagano di un culto quasi esoterico.
    La grande passione popolare.
    Schumi vinse quella gara in mezzo a feroci polemiche e io e il Brother per festeggiare finimmo a svuotare bottiglie in un ristorantino molto carino.
    Ma a colpirmi, in quel week end, fu un’altra cosa.
    Era il week end finale del Giro d’Italia.
    Marco Pantani stava lottando per strappare al russo Tonkov la maglia rosa.
    Le grandi passioni popolari!
    Il sabato mattina, fuso canadese, c’era la cronometro decisiva.
    I meccanici della Ferrari dovevano lavorare sulle macchine di Schumi e Irvine.
    Ma chiesero a Todt di poter tenere accesa la radio nel garage, per ascoltare la cronaca della tappa.
    Io ero sicuro che il crudele Pinguino avrebbe detto di no.
    Invece disse di si, perché aveva compreso che per i suoi uomini tra Rossa e Rosa correva un filo.
    Andò tutto benissimo.
    Pantani, il Pirata, il Giro lo vinse.
    Schumi si aggiudicò il Gran Premio del Canada.
    Fu tutto troppo maledettamente breve.
    Era il 1998.
    Vent’anni dopo, forse le grandi passioni popolari hanno perso la loro funzione di mastice.
    Ho bisogno di una vittoria di Vettel per sentirmi meglio.