Spero tutti bene.
Concludo la ricostruzione del mondiale del 1990 con l’episodio più brutto.
Suzuka.
Debbo dire che a volte il carico della memoria è pesante. E chissà quanto spesso anche a me o a chi mi legge e’ capitato di non riuscire ad evitare le conseguenze del rancore.
Siamo fragili esseri umani. Tutti. Ovviamente non è mai stato vero che uno vale uno e in questo tragico 2020 forse lo hanno finalmente imparato anche i citrulli.
Insomma uno non vale uno e Senna a Suzuka nel 1990 si comportò applicando una sua logica persino perversa. Era, dichiaratamente, una persona animata da sincera religiosità. Ma il suo Dio, almeno per quella cosa, almeno in una cosa, era ancora quello del Vecchio Testamento.
La legge del taglione.
Occhio per occhio.
Dente per dente.
Io lo sapevo che sarebbe finita così, perché lui stesso me lo aveva raccontato in aeroporto a Lisbona, come ho già narrato.
Lo sapevo ma fino all’ultimo sperai che in Ayrton potesse riaffiorare il desiderio di vincere in modo pulito. Senza cedere al lato oscuro della forza.
Ma non ci fu verso.
Arrivai in Giappone accompagnato dalle mie consapevolezze e feci presto ad intuire che Prost non si aspettava nulla del genere.
Non sto dandogli dell’ingenuo. Per carità, Alain era un tipo scaltro, molto abile nella gestione dell’interesse privato.
Eppure, fino a quella domenica di ottobre il francese era sicuro che Senna non si sarebbe seduto al tavolo da poker con un mazzo di carte truccate.
A Monza, dopo quella finta riconciliazione, Prost lo aveva addirittura detto in pubblico: Ayrton e’ il mio rivale, aveva spiegato, ma quando ci sfidiamo in pista non ho mai temuto che lui possa giocare sporco.
Eh, beh.
Negli anni, perché ci ho ripensato spesso, sono arrivato a credere che Prost sinceramente immaginasse non che Ayrton avesse dimenticato Suzuka89, ma che avesse se non altro accettato il concetto che quella collisione, dico sempre del 1989, fosse stata fortuita, non “cercata” dal francese.
Invece Senna la pensava in maniera diametralmente opposta e lo dimostrò al via di quell’indimenticabile Gran Premio del Giappone.
Ah, escludo, sulla base di quanto ho visto allora e descritto adesso, che la miccia sia stata innescata dal famoso briefing pre gara dei piloti. Dico famoso perché c’è anche un video e in quella riunione si discusse di lato di partenza per chi aveva la pole e ancora delle vicende di dodici mesi prima.
Ma tutto era già stato deciso, nella mente di chi pretendeva di applicare la legge del taglione.
Ricordo che la sera prima mia moglie, incinta della prima figlia, mi chiese se doveva puntare la sveglia per guardare la corsa in televisione.
No, le risposi.
Dormi, finirà tutto dopo pochi secondi.
Ancora oggi mi dispiace, perché fu come l’epilogo di una tragedia greca. Sai già la conclusione ma ogni volta ti auguri una soluzione diversa.
Ma a Suzuka nel 1990 non c’era altra soluzione.
Senna si prese la sua vendetta con un cinismo quasi feroce. Si laureò campione dopo un incidente fortissimamente voluto e fu così freddo nella spietata determinazione da ripetere, dopo il botto, le stesse parole pronunciate da Prost nel 1989.
Sono cose che nelle corse possono capitare.
Parlò così Senna, lui che aveva premeditato tutto.
Parlò così e io che stavo in mezzo al crocchio dei cronisti pensavo: ma tu guarda come l’astio può cambiare un essere umano, guarda dove ti può portare il rancore.
Sul mio giornale, la mattina dopo, titolarono il mio pezzo in prima: “Senna, campione senza onore”.
So che Ayrton si fece mandare l’articolo in Brasile ma non mi disse mai niente, a proposito di quello che avevo scritto.
E io non gli chiesi più niente, perché già allora avevo imparato che uno non vale uno, che siamo tutti fragili e che non sempre riusciamo a trovare in noi stessi la libertà di essere migliori.
Questo dramma, perché fu un dramma che segnò le coscienze di tanti, ha una coda.
Un anno dopo, 1991.
Ancora Suzuka.
Terzo e ultimo titolo iridato per Ayrton.
Conferenza stampa.
E lui confessò tutto.
In pubblico.
Ammise di avere premeditato la collisione.
Raccontò al mondo quello che a me aveva detto prima che accadesse, a Lisbona.
Ho capito, nel 1991, che Senna voleva togliersi un peso.
Era tardi.
Ma lo fece.
Non aggiunse: e mi sono pentito.
Eppure, a me che gli ho voluto bene è sempre piaciuto pensare che di quella partenza, Suzuka 1990, Ayrton non sia mai stato orgoglioso.
Non erano nati per la legge del taglione, quelli come noi.
(Fine)