Ci sono esperienze, nella vita, che segnano per sempre.
Una di queste è appoggiare le terga sulla poltrona, in Ferrari, che fu del leggendario Luca Colajanni. Un po’ come per i segretari del PCI dopo Enrico Berlinguer, per i successori è durissima.
Dunque, come si conviene in casi del genere, Alberto Antonini, responsabile della comunicazione Rossa tra fine 2014 e inizio 2019, ha tutta la mia umana comprensione.
Scherzi a parte, sono qui a segnalare il bel libro che l’ex Pierre del Cavallino ha dedicato a Seb Vettel.
È il ritratto più onesto ed equilibrato sulla carriera del quattro volte campione del mondo.
È, anche, la garbata ammissione di una sconfitta collettiva. Perché, tolta la coda, la parte più intensa della esperienza in Ferrari di Seb coincide con i giorni Rossi di Antonini.
Leggendo, mi è parso di cogliere la consapevolezza che entrambi, mettiamola così, potevano fare meglio. E non solo loro.
Il libro (“Vettel, Cavallino senza fili”, Kennes editore) è un viaggio nella speranza che si fa delusione, tingendosi di rimpianto. È bello, il racconto, perché non è acido, non è velenoso: ma, tra le righe, non manca l’interpretazione delle cause di un flop che non è stato solo del pilota.
Non svelerò qui i piccoli indizi disseminati qua e là: talvolta una grande verità è contenuta in un minuscolo dettaglio, tipo una piastra montata alla rovescia o una distrazione alla Senna di Montecarlo88.
Antonini, come Vettel, non è diventato campione del mondo con la Ferrari.
Gli auguro, visto che gli voglio bene da oltre un quarto di secolo, di scrivere presto di un altro pilota Ferrari iridato.