Tempo di 24 Ore di Le Mans.

Una storia che in chiave Ferrari da passato glorioso si farà futuro, visti i progetti hypercar del Cavallino per il 2023.

Intanto, godiamoci il presente, sotto introdotto da un aficionado.

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Da Elkann a Glickenhaus (passando per Toyota)

Un’altra Le Mans.
Per una nuova era agli albori, disegnata dalle forme dalle vetture Hypercar nel presente e nel futuro prossimo del WEC e del mondiale Endurance. Che le sole 5 vetture iscritte quest’anno nella classe regina della classicissima francese non traggano in inganno il lettore. Citando Lawrence d’Arabia le grandi cose hanno piccoli inizi. I grandi numeri verranno nel breve volgere di un biennio, conoscendo il suo apice nella partecipazione annunciata della Ferrari per il 2023. Accontentiamoci per quest’anno di vedere il presidentissimo Elkann sventolare al via il tricolore dei cugini francesi, quasi a chiudere quel cerchio suggellante la pace col Circus della F1, appena abbozzata dal via dato da Carey 4 anni fa, dopo anni di contrasti continui con Ecclestone e soci ( ricordate la concomitanza in calendario della 24 Ore col Gran Premio d’Europa a Baku nel 2016? Più successo nulla di tutto ciò).
Correre una Le Mans è difficile. Lo è sempre stato.
Capire se per caso la creatura che abbiamo creato sia un mostro dalla nostre parte lo è ancora di più. Come un Godzilla qualunque sguinzagliato sulla faccia della terra. Tommy, un mio amico commissario di pista me lo ha sempre confessato apertamente:
“ Per Toyota la GR-010 è davvero il suo Godzilla… un mostro Re. Per domarli tutti quanti. ”
Beh, quel presunto Re io l’ho visto all’opera. Direttamente dalla quiete apparente della tribuna sul rettilineo d’arrivo dell’autodromo di Monza. Io non so se sia Re…ma di sicuro la 010 è un mostro di macchina, anche solo nell’averla vista affrontare l’uscita della curva Parabolica in lontananza. Porta in curva tanta di quella velocità da sembrare inavvicinabile per chiunque. Ti aspetti dunque che domini, passeggiando sulle teste degli avversari altrui senza colpo ferire. Senza temere che nessuno possa essere il fautore di una possibile sommossa controrivoluzionaria.
Prima regola dell’Endurance.
Mai dare nulla per scontato.
Nemmeno se sei un mostro Re. E Toyota al riguardo, dopo un “No Power” a Le Mans a un giro dal termine e l’agognata vittoria, sa bene come tutto ciò possa svanire improvvisamente da leader incontrastato della corsa.
Però Godzilla in pista io l’ho visto per davvero. Un mostro Re, pronto a domare tutti gli altri.
Niente di più vero. Come Tommy da tempo, cerca di spiegarmi, con la sua fede integralista da toyotista convinto. Più puritana della stessa idea francese dell’Endurance. Un autentico sogno, come per Mr Glickenhaus rimane una vittoria a Le Mans.
Un cognome tedesco e un foglio bianco che raccoglie qualcosa in più di una semplice speranza.
Perche James ( che non è lo stratega Mercedes) è fatto così. Sogna. E quei sogni diventano oggetti concreti a quattro ruote dallo stile inimitabile. James, produttore cinematografico e quel capello a metà tra John Wayne e Don Nichols, storico patron della Shadow negli anni’70 in Formula 1. James e quella collezione di dream-car inestimabile, in cui trovare anche la P3/4 (numero di telaio 0486 più volte citata da Furia nelle sue interviste), vincente a Daytona con Bandini ed Amon. Le Mans come per tanti è il vero sogno. La corsa di una vita. Che Mr. Glickenhaus da patron dell’omonima scuderia pensa un giorno di poter conquistare.
Motore francese (un V8 biturbo realizzato dalla Pipo Moteurs di Valence) e telaio italiano costruito dall’industria aerospaziale Bercella di Varanno di Melegari su progetto della Podium Engineering di Pont Saint Martin in Val d’Aosta, per una vettura costruita da una parte all’altra delle Alpi, tra Italia e Francia.
Ne esce una Hypercar dal gusto vagamente retrò messa in mano alla collaudatissima struttura di Reinold Joest ( i fautori dei successi a ripetizione Audi a Le Mans nel nuovo millennio per capirci).Talmente retrò da ricordare nelle forme e nella livrea le Ferrari 512 gestite dalla Scuderia elvetica Filipinetti, insieme a quel muso, che tanto rimanda alla Lola T70 l’auto della discordia tra Ferrari e l’amato-odiato figlio del vento: John Surtess.
Vincere la 24 Ore.
Come successe l’ultima volta per una vettura americana con la Ford GT 40 nel ’69 gestita da una leggenda inglese dell’Endurance come John Wyer.
James non si nasconde.
“Vogliamo vincere a Le Mans.”
No. Non è un pazzo.
James ha ragione. Sogna, sapendo di sognare. Credendo di poter vincere un giorno la 24 Ore più famosa al mondo, con la sua Yankee Italo francese, per un nome da spie alla James Bond. E per l’Alpine di Alonso (peccato non vederlo quest’anno qui!!) appaia come “l’usato sicuro” a poco prezzo di una LMP1 vecchia di un anno, posso garantirvi che le motivazioni che spingono questi uomini a cimentarsi con l’asfalto dell’Hunaudirès rimangono comunque le medesime, di qualsiasi altro partecipante della 24 Ore.
Sabato prossimo, John Elkann darà via alle vetture di questa edizione della gara della Sarthe e a ciò che esse rappresentano, per quei loro sogni, da avversari della Ferrari a ruote coperte di domani.
In fondo il sogno, è il carburante di ogni vittoria e in queste righe non ho fatto altro che parlarne.
Auguriamoci soltanto che Elkann sappia sognare altrettanto, per quell’unico vero segreto che regna a Le Mans come da tempo mi rammenta Denny Wilde con la sua saggezza popolare.
“Per capire Le Mans bisogna esserci.”
Esserci.
Oltre a ciò, che si dice di essere.
Col proprio hashtag Ferrari.