1. Schumi 50.
    A integrazione del mio viaggio con Michael, che riprenderò a breve, pubblico di seguito il mio dialogo con Montezemolo, così come apparso su Resto del Carlino, Nazione e Giorno.
    Sempre più spesso io mi trovo malinconicamente a pensare che, come chi amava il calcio mandava a memoria Zoff-Gentile-Cabrini-Oriali-Collovato-Scirea-Conti-Tardelli-Rossi-Antognoni-Graziani, così chi come ama la Ferrari sa a memoria la formazione dei 14 titoli mondiali vinti tra il 1999 e il 2008.
    Schumacher-Todt-Brawn-Byrne-Martinelli-Domenicali-Irvine-Salo-Bartichello-Massa-Raikkonen.
    Il commissario tecnico era Luca Cordero di Montezemolo.

CONVERSAZIONE con LCDM.
“Forse la sorprenderò, ma la prima cosa che mi viene in mente, a proposito di Schumi, non riguarda il pilota. Ma l’uomo di famiglia…”
Luca Cordero di Montezemolo deve a Michael Schumacher gli anni più belli della sua esperienza in Ferrari come presidente. E non dimentica, oggi che il Campionissimo della Formula Uno taglia il traguardo del mezzo secolo di età.
“Con lui abbiamo vinto e rivinto tutto, più volte -sospira l’avvocato- Il nostro rapporto si era presto trasformato in amicizia personale”.
Mi diceva di un ricordo particolare.
“Era nato da poco Mick, il secondogenito. Vennero in vacanza a casa mia tutti gli Schumacher. Era estate, tempo di zanzare. Beh, ogni cinque minuti Michael correva a controllare se per caso il bambino era stato punto dagli insetti!”
Perfezionista sempre.
“Mi colpiva la sua attenzione maniacale ai dettagli. Con Schumi ti rendevi conto che il particolare più piccolo era comunque fondamentale”.
Un castello si costruisce dalle fondamenta.
“Vede, a parte l’immenso talento al volante, io credo che lui abbia lasciato una traccia nel DNA della Ferrari. Era sempre coerente con se stesso anche nei momenti di difficoltà”.
Che non mancarono.
“Certo che no! Oggi giustamente si ricordano le vittorie, ma lui ebbe bisogno di cinque anni per farcela. In mezzo ci furono sconfitte e polemiche. Posso sfogarmi un po’?”
Siamo qui per questo.
“Almeno due volte, nel 1997 dopo la collisione con Villeneuve e nel 1998 dopo l’incidente con Coulthard, in Belgio, sono stato tempestato di inviti a licenziarlo! Licenziare Schumacher, capisce? Mi dicevano che non sapeva controllare le emozioni, si figuri. Pensi se avessi dato retta ai presunti opinionisti…”
La storia sarebbe andata diversamente.
“Ma io mi fidavo di lui e di Todt, della squadra. Soprattutto, vedevo come Michael favoriva la crescita dei giovani ingegneri, che imparavano da lui, dal suo esempio”.
È stato un leader.
“Un uomo squadra al cento per cento. Ha guidato per la mia Ferrari dal 1996 al 2006. Non troverà una sua polemica nei confronti della azienda”.
Il più italiano dei tedeschi.
“Con tratti quasi da meridionale, perché Schumi ha sempre avuto una bella dose di emotività, anche se sapeva governarla”.
È vero che non voleva dormire in albergo?
“Era spesso a Maranello per i test, che allora non erano limitati. Siccome andava sempre a giocare a calcetto con i meccanici e poi a mangiare la pizza, non amava far vedere che rientrava in hotel a tarda ora. Così mi chiese di poter usare l’appartamento che Enzo Ferrari aveva fatto costruire accanto alla pista di Fiorano”.
Tutto casa e bottega.
“E palestra, perché era ossessionato dalla efficienza fisica. Così gli sistemammo un garage per i suoi allenamenti”.
Sa, avvocato, a volte ho l’impressione che una Ferrari così non tornerà più. E non solo per le vittorie, dico per l’atmosfera che si respirava.
“E’stato un momento storico, c’era un’ansia popolare per quel benedetto mondiale che non si decideva ad arrivare. Schumi incarnava una attesa quasi messianica”.
Fino a quella domenica, 8 ottobre 2000, Suzuka.
“Ah, io ero a casa davanti al televisore. Tormentavo amuleti e talismani e pregavo, mischiando profano e sacro. Mancano tre giri alla fine, sto in apnea, suona il telefono. È Gianni Agnelli. Luca, mi fa, complimenti, l’incubo è finito. E io a toccare tutto, con l’avvocato che non stava zitto un attimo, per fortuna arrivò la bandiera a scacchi!”
Agnelli voleva bene a Schumi.
“Lo ammirava. Diceva: questo tedesco mi è molto caro, nel senso che costa carissimo, ma ne vale la pena”.
Presidente, lei come vive il presente di Schumi e il silenzio che lo circonda?
“Condivido la scelta del riserbo voluta dalla famiglia. Sono in contatto con Corinna, ho visitato il museo di Kerpen, spero in buone notizie e auguro a Mick, il bimbo spaventato dalle zanzare di casa mia, di ripetere anche soltanto in parte le imprese del padre”.
E della Ferrari del 2019 che mi dice?
“Niente, per una clausola di stile. Sono un tifoso come tanti e come tutti sogno la rinascita…”