Spero tutti bene.

Oggi parlerò di un ricordo che non passa, immaginando senza illusioni di poter disarmare, almeno una volta!, gli identificati idioti del trollaggio.

Grazie.

In questo tempo tremendo che ci è dato vivere, siamo stati costretti ad abituarci al l’impossibile. Ai morti, troppi!, uccisi dal virus invisibile, invisibili pure loro nell’ultimo addio, in fuga non dal ricordo ma dal compianto, sepolti senza il conforto della carezza estrema, del conforto postumo di un funerale.
A me, nella sghemba avventura professionale, era capitato di conoscere quel dolore senza nome, indicibile perché in fondo inconfessabile.
Accadde a Imola, il 30 aprile del 1994. Si stavano disputando le qualifiche del Gran Premio di San Marino di Formula Uno. Tutti parlavamo del grande Senna, del suo duello con un giovane rampante che si chiamava Michael Schumacher, delle vaghe speranze della Ferrari.
Era un sabato e all’improvviso un rumore sordo esplose come il fragore di un tuono in una giornata di sole.
Qualcosa si ruppe su una macchina modesta, la Simtek. Al volante c’era un giovanotto austriaco.
Roland Ratzenberger era arrivato tardi alle emozioni della Formula Uno. Perse la vita in un attimo e un universo andò perso con lui, solo che eravamo ciechi. A chi poteva importare di un milite ignoto?
Show must go on, ci dicemmo l’un l’altro nel paddock, nei box. Quando cade uno sconosciuto, non si accendono le luci. Non è stato forse vero anche in questo strazio da pandemia, nel contemporaneo 2020?
Roland Ratzenberger, chi era costui? La crudeltà indecente della rimozione fu interrotta, quel sabato folle, soltanto da due persone.
Don Sergio Mantovani era un prete di Modena. Era il cappellano dei piloti. Non c’è più, In questi giorni avrebbe compiuto 93 anni e i suoi fedeli lo hanno ricordato realizzando una mascherina anti Covid. Toccò a questo povero grande prete tentare di ricordarci che non esiste differenza nel momento supremo, di fronte all’ultima frontiera siamo tutti uguali, perché gli altri siamo noi.
La seconda persona a comprendere, quel 30 aprile 1994, fu l’antitesi plastica di Roland Ratzenberger. Tanto era ignoto l’austriaco, tanto era famoso, celebre Ayrton Senna.
Fu l’unico tra i piloti, il brasiliano, a precipitarsi sul luogo della disgrazia. Perché aveva capito, perché la sua religiosità interiore gli permetteva di evitare il luogo comune, la banalità perfida del Male che sempre ci portiamo dentro.
Ma ci sono ingiustizie che sono più forti dei buoni sentimenti. Il giorno dopo, l’1 maggio 1994, anche Senna morì a Imola. Morì e del sacrificio di Ratzenberger nessuno si occupò più.
Con nostra, mia grande colpa.