Ci fu un tempo in cui il nome Benetton significava “anche” Formula Uno.
Libero ognuno di pensarla come meglio crede sulla immane tragedia del ponte di Genova e sulle responsabilità degli azionisti di Autostrade: lo premetto subito, perché viviamo tempi strani, in cui la ferocia della malafede impedisce di fare distinzioni.
Cioè, io qui voglio ricordare quello che Gilberto Benetton ha rappresentato per il mondo di cui spesso mi occupo in questa sede, appunto la F1.
Fu lui, Gilberto, spentosi ieri, fu lui, dicevo, insieme alla sua famiglia, ad imprimere una svolta al mondo dei Gran Premi.
Eravamo nella seconda metà degli anni Ottanta. Il gruppo di Treviso si era affacciato alle corse come sponsor, se non ricordo male di un team che faceva correre monoposto Alfa Romeo.
Ma quei produttori di maglioni ebbero una intuizione: perché non trasformare la semplice operazione pubblicitaria in qualcosa di diverso? Perché non comprare una scuderia?!?
Attenzione, perché da quella iniziativa derivarono conseguenze imprevedibili e fondamentali. La nascita in pista del fenomeno Schumacher, per dire. O l’imitazione (dell’idea di Treviso) da parte della Red Bull.
I Benetton acquistarono i resti della Toleman, la squadra che aveva lanciato Senna nei Gran Premi (quanti incroci, in questa storia!). All’inizio le loro trovate sembravano puro marketing: una volta spedirono in pista Berger con gomme colorate! Ma vinsero qualche gara e diedero popolarità al nostro Nannini.
Forse la cosa sarebbe finita lì e infatti si diceva che Gilberto si fosse stufato dell’investimento e avesse affidato a Briatore il compito di venderla al miglior offerente.
Solo che le cose andarono diversamente. Arrivò Schumi (intanto con Benetton aveva vinto i suoi ultimi Gp Nelson Piquet, un altro incrocio in questa storia) e con lui lavoravano Brawn, Byrne, Stepney, Toet…
Andai ad incontrare Gilberto Benetton nella primavera del 1995, nel suo ufficio alle porte di Treviso.
Il team che portava il suo nome era al top. Schumi era lanciato verso il secondo titolo mondiale.
Fu molto cortese. Sa, mi disse, noi siamo italianissimi e il nostro marchio nel mondo è percepito come simbolo di italianità eppure in Formula Uno non c’è niente da fare, per i nostri compatrioti in pista siamo visti come stranieri, la Ferrari la battiamo sempre in gara ma non nei cuori della gente…
Era dispiaciuto, nella sua sincerità. Dopo una vittoria Benetton, ovviamente con Schumi, la sua segretaria gli aveva confessato di aver tifato per la Rossa di Alesi! E lui, Gilberto, aveva compreso che nemmeno apparire nell’albo d’oro del mondiale, con il suo marchio, avrebbe cambiato il sentimento popolare.
Più tardi Montezemolo avrebbe chiuso la partita, facendo grandissimo la Ferrari con Schumi e mezza Benetton al seguito (ancora un po’ e a Maranello pigliavano pure l’usciere della Benetton).
Il resto lo sapete e non mi appartiene. Di sicuro, chi scriverà la storia della Formula Uno il nome Benetton non potrà ignorarlo.