È sempre una buona cosa schierarsi in difesa dei diritti degli emarginati.
Qualunque sia la causa della ingiustizia.
Per questo io, per quanto può valere!, mi riconosco nella presenza di posizione di Lewis Hamilton in tema di discriminazione razziale.
Aggiungo che chi possiede una popolarità sana, acquisita nel caso specifico per meriti sportivi, ha il sacrosanto diritto di spenderla, la notorietà, contro le miserie antiche e moderne del mondo.
Poi, certo, non sarà una Mercedes dipinta di nero a fare cambiare idea ai razzisti.
Così come la campagna che gli assi del calcio da anni portano avanti, sotto l’egida della UEFA, contro il razzismo negli stadi non ha fatto scomparire dagli stadi gli odiatori in servizio permanente effettivo.
Nel mio piccolissimo, io credo sommessamente che rispetto ed educazione siano la risposta.
Hamilton si riconosce in una battaglia che giudico sacrosanta. Poteva impegnarsi, poteva restare zitto: siamo sul terreno delle scelte personali.
Quando ero bambino, Muhammad Ali usò il carisma di grande pugile per esporsi contro il razzismo e contro la guerra in Vietnam. Altri suoi colleghi di ring, neri come lui, non ritennero opportuno seguirne l’esempio. E Ali pagò un prezzo altissimo, salvo poi diventare una icona nazionale.
Per fortuna in qualcosa il mondo è cambiato e Hamilton non corre il rischio di essere messo al bando per tre anni, come capitò al re dei pesi massimi.
Dopo di che, in questa sede, io continuerò a valutare il pilota Hamilton, al netto della mia adesione ideale alle sue convinzioni.
Grazie per l’attenzione.