1. Non faccio fatica a comprendere i motivi della plateale retromarcia di Hamilton.
    Accettare le scuse di Kimi, aggiungendo che a caldo capita di dire sciocchezze, era per Lewis l’unica via d’uscita.
    Già nella tarda serata di domenica la FIA aveva esercitato quella che in politica chiamano ‘moral suasion’.
    Cioè, si può essere sprovvisti della dignità che sempre dovrebbe accompagnare una sconfitta, perché lo stile è come il coraggio di Don Abbondio.
    Chi non ce l’ha, non se lo può dare.
    Ma tra perdere male e accusare l’avversario di slealtà, come il Re Nero e gente Mercedes hanno fatto domenica in Inghilterra, insomma, passa una differenza enorme.
    Quindi diventava indispensabile metterci una pezza.
    Del resto, la sacrosanta reazione di Maurizio Arrivabene era un segnale preciso: attenzione, qui è stata varcata una linea di confine e si sta creando una situazione potenzialmente esplosiva.
    S’intende che la retromarcia del Re Nero vale come un fragile armistizio: l’atmosfera rimane pesantissima e non è il mio patriottismo di tifoso Rosso a farmi sostenere che la colpa non è della Ferrari.
    A meno che non sia una colpa vincere, talvolta, a Silverstone.
    Vedremo cosa accadrà dalla Germania in poi.
    Non sono ottimista.
    Ps. Quando ero bambino, Lucio Dalla e i Rokes presentarono al Festival di Sanremo un brano intitolato “Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere”.
    Sospetto che gli autori avessero in mente Lewis Hamilton, Toto Wolff, Niki Lauda e James Allison.