Ho parlato con Marco Mattiacci.

L’ho rintracciato sul suo cellulare americano.

I numeri italiani erano disattivati.

E’ stato molto cortese e persino affettuoso con la mia sgarbata persona. E’ un uomo molto provato da un trattamento che non crede di meritare. Per quello che vale, odiando io l’Italia di Maramaldo, sempre molto presente anche sui grandi mezzi di comunicazione, non faccio fatica a comprenderne lo stato d’animo.

Anche se temo che la grande curiosità che anima chiunque voglia ragionare con la testa libera (cioè: ma cosa è diavolo è accaduto, per arrivare ad una rottura così brutale e repentina?) sia destinata a restare senza risposta. Peccato per me, per voi e per il caro amico Quattropalle, che mi sollecita affettuosamente ad indagare sul Mattiacci-gate.

Infatti gli ho chiesto: vuoi commentare l’epilogo brusco ed improvviso della tua esperienza al vertice del reparto corse?

Risposta.

“Non voglio parlare del finale. Non intendo farlo ora e non lo farò nemmeno in futuro”.

Gli ho chiesto: defineresti un Vietnam queste tue poche settimane e mezzo nel caos ferrarista?

Risposta.

“No, anzi! Guarda che ti sbagli, è stato un periodo da me vissuto con entusiasmo, in mezzo a collaboratori appassionati. Non è stato un Vietnam e non mi sento uno sconfitto”.

Gli ho chiesto: e allora come ti senti?

Risposta.

“Come uno che ha lavorato per la Ferrari per quindici anni, non per sette mesi e qualcosa. E’ questo è un grande privilegio, nella vita. Io sono un quarantatreenne che ha avuto la fortuna di operare al servizio di una azienda speciale e questo nessuno me lo potrà togliere”.

Gli ho detto: ma è un gran brutto finale, Marco.

Risposta.

“Conosci il motto? Tutto quello che non ti uccide, ti rafforza. Varrà anche per me, fidati”.

Gli ho chiesto: ma che bilancio puoi fare, del tuo breve periodo al timone del reparto corse della Ferrari?

Risposta.

“Io sono convinto di avere promosso una serie di piccoli progressi che nel tempo pagheranno. E lasciami aggiungere che ero e resto ferrarista, per il discorso che ti ho fatto prima. I miei auguri a Maurizio Arrivabene sono sinceri, è una persona molto competente, sono sicuro che otterrà i risultati che i tifosi aspettano, compreso me che rimango appunto un grande tifoso della Scuderia”.

Gli ho chiesto se avesse nostalgia di qualcosa, in queste ore così pesanti e malinconiche.

Risposta.

“Ho visto le immagini di Vettel nel box della Ferrari per i test di Abu Dhabi. Sono contento di averlo portato a Maranello, ha già trasmesso una energia nuova, un entusiasmo fresco”.

Gli ho chiesto: posso scrivere che Seb vestito di rosso è il tuo regalo d’addio alla Ferrari?

Risposta.

“Se lo scrivi tu, non mi dispiace”.

Gli ho chiesto: ma ti hanno almeno lasciato il tempo di svuotare i cassetti a Maranello?

Risposta.

“Quando passerò a farlo, ricordati di invitarmi a mangiare un piatto di tortellini. Quelli, mi mancheranno”.

Gli mancherà anche la Ferrari, sicuro.