Spero tutti bene.
Riprendo la narrazione dei tumultuosi eventi del mondiale di Formula datato 1990.
All’epoca, altro che Giovinazzi!
Solo per stare alla griglia di partenza del Gran Premio di Ungheria, ecco l’elenco dei piloti italiani in lizza.
Patrese, con la Williams.
Nannini, con la Benetton.
Capelli, con la Leyton House.
Caffi, con la Arrows.
Alboreto, con l’altra Arrows.
Pirro, il futuro giudice della discordia, all’epoca ancora Javert (rileggere i Miserabili, please) in incognito, con la Scuderia Italia.
Larini, con la Ligier.
Tarquini, con la Ags.
Barilla, con la Minardi.
Martini, con la Minardi bis.
Modena, con la Brabham.
De Cesaris, con l’altra Scuderia Italia.
Giacomelli, con la mitica Life che mai superò le pre qualifiche e raramente accese il motore, pur disponendo di un glorioso dodici cilindri “a stella” pensato da due celebri ingegneri ex Ferrari, Rocchi e Salvarani.
Li avete contati, i drivers tricolori?
Forte sarebbe la tentazione di concludere che eravamo, allora, un popolo di santi, navigatori e piloti.
Ma, sia pure riconoscendo che i tempi cambiano, io non penso che ai ragazzi nostrani del 2020 sia venuta meno la voglia di correre in macchina.
Piuttosto, allora giravano tantissimi soldi in nero e dunque reperire sponsorizzazioni per comprarsi un volante non era impresa ardua, in Italia.
Non sono un ingenuo. Il nero c’è ancora, per carità. Ma facciamo che certe operazioni (io ti do’ dieci e tu mi fatturi ottanta) sono diventate meno semplici.
Non solo in F1, in tutti gli sport. E non solo in Italia.
Ma non è che in trent’anni passi dall’oasi alla desertificazione e inoltre la Ferrari se ne fotteva dei talenti “azzurri” ieri come ora e infine non è che il bravissimo Minardi avesse più di due posti a disposizione.
Vabbè.
Siamo nell’estate del 1990 e due drivers d’Italia, in modo distinto è distante, vengono trascinati sul palcoscenico del teatro dell’assurdo per la rappresentazione di un melodrammatico capolavoro.
Senna versus Prost versus Fiorio versus Chi Ti Pare.
Eravamo appena andati in Ungheria e a Budapest entrambe la Ferrari erano state costrette al ritiro. Lo sconforto era stato solo parzialmente attenuato dal fatto che Thierry Boutsen, il belga della Williams, aveva negato la vittoria ad Ayrton. Il quale Ayrton, tanto per ribadire che non avrebbe fatto prigionieri, nel finale aveva speronato la Benetton di Nannini, pur di garantirsi il secondo posto.
Purtroppo il caro Pirro faceva ancora il pilota ed era in pista. Fosse stato uno dei commissari, avrebbe inflitto al brasiliano la castrazione chimica.
In quel contesto, un giornale, uno solo, uscì a tutta pagina con una notizia falsa e vera al tempo stesso. Io non c’entravo, eh.
Nel 1991 Ivan Capelli sarebbe stato il compagno di Alain Prost alla Ferrari.
La news era falsa, nel senso che la cosa non aveva alcun fondamento.
Ma era vero che qualcuno aveva contattato Ivan, ovviamente alla insaputa di Cesare Fiorio, che continuava a tessere la sua tela per portare Alesi a Maranello.
E quel gancio sarebbe poi tornato utile a Capelli dodici mesi dopo, quando Fiorio in Ferrari non c’era più.
Capito come eravamo messi?!?
Non solo.
Passa qualche settimana. La faccenda di Alesi non si sblocca. Frank Williams tiene duro. O almeno così pare. Ha un contratto depositato dal notaio, il vecchio Frank. E ha tutto l’interesse a tirarla per le lunghe.
A questo punto, eravamo già a settembre, il Nano si materializza a fari spenti nella notte per vedere eccetera (riascoltare Lucio Battisti, please).
Insomma, trapela l’indiscrezione che la Ferrari ha deciso di rinunciare, obtorto collo, a Jean il picciotto. Si consolerà con Alessandro Nannini, toscano, simpaticissima persona, alfiere della Benetton, già vincitore a tavolino del Gran Premio del Giappone del 1989, quello della prima collisione tra Senna e Prost.
Per di più il Nano aveva una ottima relazione con Fiorio e quindi stavolta non poteva trattarsi di un equivoco.
Eppure.
Eppure, dagli amici mi guardi Iddio che ai nemici ci penso io.
È tutto pronto, tutto apparecchiato.
Il Nano va in Svizzera, perché i contratti con la Ferrari li firmi nel paese del segreto bancario, tanto per capirci.
Il Nano va in Svizzera e qui accade una storia incredibile, assolutamente senza precedenti nella mia storia di cronista.
Alessandro entra Papa in conclave (l’ufficio legale in terra elvetica) e ne esce cardinale.
Non firma!
Dirà poi, Nannini, che all’ultimo momento qualcuno aveva cambiato le carte in tavola, cioè erano apparse sul contratto clausole non pattuite, francamente per lui inaccettabili.
Capite come eravamo messi?!?
Da allora, il Nano ha drasticamente ridotto (eufemismo) il livello della sua stima nei confronti di Cesare Fiorio.
Il quale Fiorio stava per vincere la battaglia per Alesi.
Ma a quale prezzo!
(Continua)