Spero tutti bene.
Monza, 1990.
Son passati trent’anni e banalmente sembra ieri.
Io sono abbastanza d’accordo con chi sostiene che quel parco, con le sue velocità esasperate, non racchiude in se’ la magia completa e compiuta dell’automobilismo: per dire, Spa e Suzuka hanno una varietà di suggestioni ben più intensa.
Ma Monza!
Eh, la Storia siamo noi.
Entri lì dentro e afferri il senso dell’emozione. Hai quasi la percezione che il tempo si stia fermando, pur scorrendo rapidissimo.
Monza è una frenesia selvaggia, è l’amante che ti fa venire in mente un verso del Liga, fin quando fa male, fin quando ce n’è.
Per di più, nel 1990 il Gran Premio d’Italia si caricò di sollecitazioni che aggiungevano paprika ad un piatto già piccante.
Al sabato, Frank Williams convocò noi giornalisti italiani. Eravamo ormai agli sgoccioli della telenovela Alesi. Ci sarebbe ancora stato, come ho già narrato, lo sconcertante sussulto del caso Nannini, coda avvelenata di una vicenda gestita malissimo. Ma era chiaro che Giovannino il picciotto si sarebbe vestito di Rosso.
Williams ci chiamò e dalla sua sedia a rotelle pose all’uditorio una domanda retorica. Disse: perché Alesi considera disonorevole rispettare un contratto che ha liberamente firmato con me? Forse io puzzo?
Proprio così, si espresse così e la cosa, chissà perché, non l’ho dimenticata.
Venne poi la gara e ci fu un episodio che mi aiutò a comprendere cosa sia la Formula Uno, per chi vi partecipa calandosi in un abitacolo.
La Lotus Lamborghini di Derek Warwick si rovesciò in uscita dalla Parabolica. La macchina striscio’ cappottata sull’asfalto per lunghi, infiniti istanti.
Pensammo tutti che Warwick, che era un buon pilota, si fosse spezzato l’osso del collo.
Subito dopo pensammo invece che era completamente matto. Perché uscì illeso dalla vettura e si mise a correre a piedi verso il box. Voleva il muletto, l’auto di riserva, per potersi presentare alla nuova partenza.
Il verso del Liga.
Fin quando fa male, fin quando ce n’è.
Il Gran Premio somigliò molto alla tappa precedente, al Belgio. Senna in pole, Senna subito in fuga, Prost a rincorrere con una buonissima Ferrari.
Un corpo a corpo, l’ennesimo. Forse era vero che il brasiliano era più lesto nei doppiaggi. Forse era una cattiveria gratuita nei confronti di O Cauteloso.
Alla fine della gara, Senna aveva 16 punti di vantaggio su Alain. Ciò significava che al francese non sarebbero bastate nemmeno quattro vittorie nelle quattro prove che mancavano: Estoril, Jerez, Suzuka, Adelaide.
A meno che Mansell, su suggerimento di Fiorio …(ah, le risate…).
Ma il vero evento di Monza 1990 fu l’incontro dei primi tre classificati con i giornalisti in sala stampa.
Passò alla storia.
Ormai da molto tempo Senna e Prost si ignoravano. In qualunque circostanza. Nei briefing pre gara. Sul podio. Davanti ai microfoni.
Era come se l’uno fosse invisibile all’altro.
Le cose stavano andando così anche quella domenica in Brianza.
Finché.
Finché Carlo Marincovich, collega di Repubblica, non chiese la parola.
Carlo l’ho conosciuto bene. Eravamo diventati amici, anche se spesso le nostre opinioni sulla F1 e i piloti divergevano. Una volta a Montreal passammo un pomeriggio tra le bellezze della città. Non parlammo di corse, ma di vita. È un bel ricordo.
Carlo sapeva scrivere e scrivere non è una cosa facile, sebbene il web abbia convinto del contrario masnade di imbecilli.
Dunque Marincovich chiede la parola e più o meno fa: scusate, voi due, sì, Ayrton ed Alain, non pensate sia il momento di farla finita? Siete due grandi campioni, anche oggi avete emozionato chi vi guardava, perché non vi stringete la mano e la smettete con questa guerra così triste?
Succede raramente, ma succede. Il giornalista che si fa notizia. Accadde in quell’istante, grazie a Carletto (che non era Leclerc).
Il primo a reagire fu Prost, in un silenzio da notte dei lunghi coltelli.
Io umanamente non ho nulla contro di lui e sono pronto a stringergli la mano subito, qui e ora.
Senna era chiaramente a disagio. Era stato colto in contropiede da una situazione che non aveva messo in preventivo.
Farfugliò qualcosa, il brasiliano. Del tipo: se lui è sincero, allora…
Prost stese la mano.
Ayrton la prese.
Cameramen e fotografi impazzirono.
Nella sala stampa eravamo più di quattrocento cronisti. Scoppiò un applauso liberatorio, lunghissimo.
Avevamo come l’impressione di essere usciti da un incubo.
Solo che si trattava di una illusione.
Uno dei due stava mentendo.
E non era Prost.
Me ne sarei reso conto presto.
In un aeroporto di Lisbona.
Fin quando fa male, fin quando ce n’è.
(Continua)