1. La mia Monza è fatta di tante cose.
    Di ricordi in bianco e nero per il bambino che guardava frammenti di tv.
    Regazzoni nel 1970 e nel 1975.
    La volata di…gruppo di Gethin.
    La tragedia di Peterson, appresa il lunedì mattina a scuola da un bidello in lacrime, perché tifava per Ronnie.
    E poi la vita randagia del cronista ai box. Incazzature comprese: la domenica sera del 1989 trovai la macchina, la mitica Peugeot 205, svuotata, dovevano esserci in giro anti ferraristi.
    Ah, Monza!
    La tragedia del commissario di pista nel 2000.
    Il duello ruota a ruota di Schumi e Montoya alla Roggia, nel 2003.
    Hakkinen che piange a bordo pista nel 1999 e Todt che via radio urla a Irvine: “Wake up”, svegliati!, e Eddie che risponde con uno sbadiglio (giuro che è vero).
    Ah, Monza, che ci arrivavo in bicicletta passando dal Golf perché il mio procuratore per la Brianza, Claudione, mi dava da dormire e mi metteva sui pedali, gridando: lo faccio per la tua salute.
    E il doppio ritiro di Alesi e Berger per colpa di una telecamera volante.
    E il diluvio del 2008 e un trombone che non nomino per rispetto che la domenica mattina mi fa: quel tedeschino è un bluff, dopo due giri scompare dai radar.
    Il tedeschino era Vettel e dopo dieci anni ancora non l’hanno capita.
    Ah, Monza!
    Senna e Prost che nel 1990 fingono di fare la pace in diretta tv, odiandosi più di prima.
    Alonso e il podio Rosso del 2010.
    I fischi sbagliati ad Hamilton, non importa in che anno.
    Le vittorie di Barrichello, credo addirittura tre.
    Quel vecchio che una volta a Vedano mi riconobbe e mi disse: lo sai che io qui ho visto correre Ascari?
    E aveva gli occhi lucidi e io pensavo: ma come cavolo possono credere che il futuro dei Gran Premi stia a Sakhir o a Singapore?!?
    Monza per noi è come il tango per gli argentini, è come il conforto per gli amori perduti.
    “Nessuno ci toglierà quello che abbiamo ballato”.