“Facciamo che simbolo lo dici a tuo fratello, dai…”
Ho sempre avuto il felice sospetto che Alex Zanardi abbia coltivato un personalissimo disinteresse per l’aureola dell’eroe laico, del mito in servizio permanente effettivo. La frase d’apertura me la disse su un palco, l’avevo presentato alla platea in quel modo lì. Simbolo vallo a dire a tuo fratello e fine delle trasmissioni: io sono vero, non esco da un fumetto della Marvel, l’Iron Man che mi appartiene è l’etichetta di chi sfida la fatica in competizioni estreme. Stridor di denti e sudore. Retorica, zero.
Ah, Zanardi! Alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, un autorevolissimo leader di partito mi affidò una ambasciata. Potevo chiedere al simbolo (e dai!) se era interessato ad un seggio sicuro in Parlamento? Potevo, ma immaginavo già la risposta che mi toccò riferire. Questa: “Fai sapere che ringrazio, ma no, non è il mio mestiere, io onestamente credo che ogni italiano possa contribuire al bene del Paese compiendo il proprio dovere”.
È ben strana questa Patria nostra, nella quale la semplicità del singolo si trasforma in una straordinaria virtù! Zanardi, con il suo esempio, ha reso fenomenale e formidabile ciò che dovrebbe essere la normalità. Mai mollare. Rifiutare la rassegnazione. Agire per il bene. Colmato di meritatissimi elogi, lui non ha mai perso quel tratto allegro del volto, il lampo ironico nello sguardo. Quasi a segnalare meraviglia di fronte alla altrui meraviglia.
Un grande, dentro e fuori. Ci siamo conosciuti da giovani, all’alba degli anni Novanta. Io cronista emiliano di storie di Formula Uno. Lui pilota emiliano con il sogno, mai realizzato, di guidare un giorno la Ferrari. Alex era tosto, tentava di compensare con il talento la fragilità delle monoposto che gli affidavano. Mi viene in mente una domenica sera in aeroporto a Girona, in Spagna. In gara, il leggendario Ayrton Senna si era lamentato di quel bolognese che non aveva favorito un doppiaggio. Lo raccontai al conterraneo. Scoppiò a ridere: “Vai dal tuo amico brasiliano e spiegagli che sorpassare me sarà sempre un’impresa”.
Sborone, dicono sotto le Due Torri. Ma concreto, pragmatico. Quando comprese che in F1 certe porte non si sarebbero aperte, ecco l’America. Sul serio. Do you speak english? E come no: due volte campione della Cart, la versione a stelle e strisce dei Gran Premi. Roba strepitosa, una popolarità clamorosa, da New York a Los Angeles. Le ospitate tv da Letterman, l’amicizia con Paul Newman, la faccia sulle scatole di corn flakes, primo italiano a riuscirci dopo Primo Carnera, il pugile.
Poteva, uno così, fermarsi perché nel 2001 un incidente tremendo su un circuito ovale in Germania gli costò l’amputazione di entrambe le gambe?
Ma dai. La notte dello schianto, parlai al telefono con un medico tedesco dell’ospedale dove lo avevano ricoverato. Fu lapidario: il suo amico non passerà la notte.
Quante notti sono passate, invece. Una esistenza nuova era cominciata, a dispetto di uno studio della Nasa (!) che escludeva la sopravvivenza dopo un trauma del genere. E a chi si preoccupava per i rischi che comunque affrontava, tornando addirittura a correre in macchina, Zanardi replicava con disarmante ironia. “In gamba, mi raccomando”: motto suo, alla fine di ogni conversazione.
Senza gambe, Alex si è fatto emblema del movimento paralimpico. Ha vinto e stravinto medaglie spingendo bici con le mani. Ha fatto buona televisione senza scordare mai la sua natura, la sua famiglia, l’amore per Daniela e per il figlio.
La vita è adesso. Il sogno, cioè Zanardi, è sempre.