Teniamo botta.
Il ritorno della F1 in Turchia è un altro effetto della pandemia, lo sapete.
Istanbul Park è uno dei luoghi che incarnano la contraddizione della F1 medesima.
Lascio stare i discorsi su politica, diritti umani, eccetera.
Ragiono, invece, sulla difficile combinazione tra globalizzazione e passione.
Sono andato spesso in Turchia. Quasi sempre vinceva Massa con la Ferrari e quindi era una gita divertente, al di là della strepitosa bellezza della città.
Solo che, a parte la prima edizione, ogni volta il pubblico sugli spalti diminuiva a vista d’occhio.
Ho vissuto la stessa situazione in Bahrain, in Malesia, in luoghi in cui, insomma, non è mai esistita una cultura dell’automobilismo.
Ovvio che riflessioni del genere, in tempi di porte chiuse, contano zero: ma bisogna pur sperare che un giorno alla normalità si torni!
E dunque “prima” non era normale andare in Turchia e non in Francia o in Germania. I proventi da diritti televisivi non sono tutto e comunque non è che uno se vuole seguire un Gp alla tv lo fa più volentieri se le macchine girano a Sakhir piuttosto che a Imola o a Portimao.
Del circuito di Istanbul rammento la curva numero 8, se la memoria non mi inganna. Originale e anche spettacolare.
Ma siamo sempre lì. Come mi diceva il mio amico Martini, ex Minardi, tolto Austin quasi tutti i circuiti “moderni” non hanno un’anima perché sono stati disegnati tramite algoritmo o roba del genere.
“Io credo che l’automobilismo abbia bisogno di riconciliarsi con la sua storia. Non se ne può più di circuiti tutti uguali, disegnati al computer. Già la tecnologia più sofisticata è ovviamente dominante. Cerchiamo almeno di esaltare l’elemento umano attraverso i circuiti. Imola ad esempio è piaciuta a chi guida perché ti costringe a tirar fuori il meglio di te. Le curve hanno un’anima, penso alla Tosa, alla Rivazza. Ma anche alla Arrabbiata del Mugello o a Lesmo a Monza. Chi sa il nome di una curva di Abu Dhabi o di Shanghai?” (Pierluigi Martini)