Stavo guardando la foto di Grosjean sul podio di una gara di Formula Indy.
Siccome sono un ingenuo dal cuore sciocco, ho istintivamente pensato quanto sarebbe stato bello se De Angelis, Ratzenberger, Senna, Bianchi, insomma tutti i caduti, avessero avuto una seconda occasione.
Guardavo quella foto e mi si inumidivano gli occhi. Quello schianto di Sakhir era stato spaventoso e una volta evitato il peggio banalmente mi ero detto che di sicuro il francese non sarebbe tornato mai più ad affrontare il rischio.
“Ma vede, il nostro concetto di normalità non si applica a un pilota -mi disse una volta Franco Gozzi, il braccio destro del Drake- Io e lei come tutti ragioniamo seguendo logiche che un driver invece ignora. Quando le capita di scrivere di un pilota, qualunque pilota, metta da parte le sue convinzioni. Oppure, non capirà mai”.
Guardavo la foto di Grosjean e mi è tornato in mente un episodio del 1989.
Stavo a Phoenix, in Arizona.
Poche settimane prima, a Imola, il ferrarista Berger aveva rischiato la pelle nelle fiamme della Rossa dopo un botto al Tamburello.
L’austriaco era stato salvato dagli addetti ai soccorsi. Aveva saltato un Gran Premio, poi era rientrato in gara in Messico. E dal Messico ci eravamo spostati in Arizona.
Il venerdì a Phoenix, alla fine delle prove libere, Berger non usciva dal paddock della Ferrari.
Incrociai Mansell, che era il compagno di squadra del l’austriaco.
Dove sta Gerardone, gli chiesi.
Il Leone ruggì: oh, sta vomitando anche l’anima al cesso, sono le curve e i muretti di questo circuito cittadino, sai com’è.
Allora non corre?, tornai a domandare.
Ma certo che corre e andrà pure forte, replicò Nigel. Che ti credi, noi siamo piloti, mica persone comuni.
E in fondo e senza forse, la lezione di Grosjean è ancora e sempre quella.