Poiché ci sarà tempo di riflettere (e soffrire) in tema di gommino British, mi abbandonerò ad una di quelle reminiscenze che mi hanno garantito l’etichetta di Dottor Divago.
Silverstone, 1998.
Venti anni fa.
Solo chi ha vissuto l’epopea pre agonica di un digiuno durato oltre vent’anni, ecco, solo chi era lì riesce a comprendere in pieno cosa fu quel tempo.
Per noi Michael Schumacher era Mose’. Un profeta che si era messo in testa una idea meravigliosa.
Tirarci fuori dal deserto della malinconia.
Dopo, grazie a lui la Storia dell’automobilismo sarebbe cambiata. Ma vi assicuro che, a luglio 1998, Schumi era circondato, incredibilmente, da un diffuso scetticismo.
Non mio, s’intende. E nemmeno dei ferraristi veri, che per fortuna avevano capito.
Ma c’erano gli adoratori del vitello d’oro.
Dicevano: non sa gestire la pressione! Sbaglia troppo al via! Esagera in pista! Ha troppo potere all’interno del team! Non vuole un compagno di squadra competitivo! Costa troppo per quello che rende!
È tutto documentato.
Ehi, vi ricorda qualcuno?
Ma insomma, c’era anche chi in Mose’ ci credeva.
Venne quella domenica caotica, a Silverstone.
Meteo variabile.
Bizzarri episodi disseminati lungo la gara.
L’ultimo episodio fu il più bizzarro di tutti.
A Schumi venne comminata una sanzione da scontare in corsia box, ma la comunicazione arrivò tardi e allora Ross Brawn e Stefano Domenicali ebbero una trovata geniale.
Io ero in sala stampa con il cuore in tumulto, in quel tempo di cattività ogni gara di Schumi era uno spasmo, mi saliva la pressione e mi sentivo un po’ scemo.
Ma cosa sarebbe la nostra vita senza il battito dell’emozione?
A me Michael sulla Rossa emozionava.
Ma dicevo della trovata geniale.
Navigando tra gli scogli di un regolamento come sempre scritto male, Brawn e Domenicali fecero scontare la penalità a Schumi dopo il traguardo.
E la vittoria tale rimase.
Ci fu un’era in cui la Ferrari, in Fia, era molto rispettata.
Dopo, eravamo così felici che rispuntò addirittura il sole e secondo la leggenda Todt e Schumi fecero in tempo ad arrivare a Parigi, per assistere alla finale del mondiale di calcio tra la Francia di Zidane e il Brasile di Ronaldo.
Sono passati vent’anni e io sono ancora qua.
È già…