Pensieri australiani.

Andai a Melbourne per la prima volta nel 1996.

Colpiva straordinariamente l’entusiasmo della gente per la F1. Con lo scorrere degli anni sarebbe un po’ scemato, ma l’atmosfera è rimasta sempre speciale.

Mi viene in mente la prima volta di Schumi su una Ferrari. 1996, appunto. Riuscì a percorrere un pezzetto di gara in scia alle due Williams. Mi dissi: ehi, stai assistendo all’inizio di una era nuova, non prendertela per la rottura dell’auto.

Terzo arrivò Irvine, con l’altra Rossa. All’epoca Eddie aveva come manager un tizio vestito stile Led Zeppelin sui primi anni Settanta, uno che doveva essersi fumato Lsd per un lustro di seguito. Andai a intervistarlo. Mi guardò come se fossi un alieno, forse non aveva, il manager, mai parlato con un giornalista, almeno con un giornalista italiano. Sparò un rutto figlio di dozzine di birre consumate durante il Gp e infine con voce flautata sibilò: lei avrà capito che Irvine è più forte del tedesco, giusto?

Che tempi.

Poi ci fu quella volta ai cancelli dell’Albert Park. Immagino di averla già raccontata, ma qui passa anche gente nuova e quindi replichiamo.

Credo fosse il 2001.

La Sauber aveva ingaggiato un ragazzino finlandese del quale io non sapevo una mazza.

Ero sbarcato a Melbourne e subito mi ero diretto verso gli ingressi del circuito. Il Park è bellissimo e anche senza macchine in pista l’atmosfera era divertente.

Doveva essere mercoledì pomeriggio. Avevo già ritirato il pass.

Arrivo ai cancelli del paddock.

C’era un biondino, timido timido, che stava discutendo con due sceriffi originari forse di Ayers Rock o di Geelong, va a saperlo.

Dovendo passare di lì, captai la conversazione.

Sono un pilota di F1 e debbo entrare nei box, andava mormorando il giovanotto.

Gli sceriffi lo guatavano e con piglio insolente rispondevano: tu, un pilota? Ma per piacere! E poi, dove sarebbe il pass?

Il ragazzo buttò là che se l’era scordato nel garage del suo team.

Ah, sentiamo un po’, fece uno dei due con la stella da marshall o qualcosa del genere. Sentiamo un po’, chi sei? Sei Schumacher? Sei Hakkinen? Sei Coulthard? Sei Barrichello? Ah, no, quello no, è un sud americano, non potresti spacciarti per lui manco volendo.

Io ovviamente non avevo mai visto una foto del pilota della Sauber e non potevo essere di nessun aiuto al malcapitato. Che, con molto garbo, si presentò ai tutori della legge: ‘Raikkonen, mi chiamo Kimi Raikkonen’.

Fu un delirio. Gli sceriffi escludevano che esistesse tra i drivers un tizio con tali generalità. Mai sentito nominare, puah, un cognome con due kappa dopo una ‘i’ e prima di una ‘o’, aria, sciò, in Australia gli imbucati li spediamo via a calci, non rompere, fatti un giro nel parco e comprati una birra.

Meno male che, trafelato, arrivò un meccanico della Sauber.

Curioso modo di inaugurare una carriera, pensai tra me e me. Scrissi la storiella sul giornale, dando per scontato che di quel tipo, due kappa tra una i e una o, mai più mi sarei dovuto occupare.

Fourteen years later, eccoci qua.