Di nuovo, tempi brutti.
Forse non se ne erano mai andati. Ancora persone care in ospedale, per i noti motivi.
Teniamo botta, provando ad occuparci delle cose che amiamo.
La Formula Uno e l’Arabia Saudita.
L’automobilismo rappresenta si è no un quarto del mio tempo professionale.
Mi hanno pagato per girare il mondo e raccontare cose che io avrei pagato pur di vedere.
Non da oggi, lo sport globale accetta, mettiamola così, palcoscenici in terre che non hanno un rispetto per diritti umani, civili, democrazia.
Per dire, ai tempi del Drake la F1 correva nel Sud Africa dell’apartheid o nella Argentina dei desaparecidos (teatro, in piena carneficina di una generazione, di un mondiale di calcio).
Ho raccontato una Olimpiade dalla Cina comunista, nel 2008. Quando ero là il China Daily, quotidiano del partito in lingua inglese, mi chiese un articolo. Accettai. Non fuo censurato. Scrissi banalmente: sarebbe bello se questo evento ci aiutasse a rispettarci nella diversità dei nostri valori.
Perché questo è il punto.
Più della metà delle nazioni della terra non conosce il diritto e la democrazia.
Più della metà.
Se pensiamo che non bisogna andare a fare sport in quei luoghi, io ci sto.
A patto che si smetta di fare anche affari, con quella parte di mondo.
È meglio tentare un dialogo o è meglio la chiusura totale?
Nel 1976, ero un ragazzo quando Pietrangeli, Panatta e gli altri azzurri del tennis andarono a conquistare la Davis nel Cile di Pinochet.
Ci furono polemiche roventi, ma io ero d’accordo con i tennisti. Anche perché, in loro assenza, la Davis vinta a tavolino sarebbe diventata arma di propaganda nelle mani del regime.
Di più.
Fra qualche giorno la F1 va in Turchia. Dove i dissidenti e anche tanti miei colleghi giornalisti languono in prigione, per presunti reati di opinione.
Non andare, ripeto, è una opzione rispettabilissima.
Purché valga sempre e comunque.