Ho aspettato un po’ prima di evocare il mio ricordo di Kobe Bryant.
Non sono un patito di basket. Causa origini modenesi, per me palestra significa pallavolo.
Ma il Black Mamba era un poco emiliano per storie sue di famiglia e a proposito di famiglia io ho una figlia che ha sempre avuto un debole per l’asso dei Lakers.
E così, inviato a Pechino per la Olimpiade del 2008, la domenica della chiusura dei Giochi mi organizzo per andare a vedere la finale del torneo maschile di pallacanestro.
Usa contro Spagna.
Chi non ci è mai stato dal vivo, non può comprendere cosa sia una finale olimpica. Si somma un tale cumulo di emozioni che persino un Campionissimo come Kobe avverte una atmosfera speciale.
Anzi, unica.
E insomma. Insomma, fu una partita epica. Gli spagnoli sfiorarono l’impresa. Kobe e Lebron James fecero cose da urlo, per garantire l’oro all’America.
Poi il mio ricordo continua così.
Era finita la partita.
Gli assi statunitensi si avvicinavano alle postazioni delle tv per le interviste.
Bryant era davanti ad un microfono.
Io sfilavo accanto alla balaustra e tenevo un cappellino della Ferrari calcato sulla testa vuota (tra parentesi, ora che sono passate le elezioni posso ribadirlo: la Ferrari è di tutti, è uno dei pochi simboli nazionali che appartengono a tutti, è un errore tentare di sfruttarla per scopi partigiani, per quanto legittimi.Nemmeno ha portato buono e non mi stupisco. Fine delle trasmissioni).
Vedo Kobe e mi viene in mente che essendo stato da bambino a Reggio Emilia lui conosce il mio dialetto.
Così gli grido, d’impulso: te un bel fenomen! (credo non serva traduzione).
Lui mi guarda, vede il cappellino e fa: “Maranello, eh? Forza Ferrari!”.
In italiano.
Addio, Fenomen.