Jules Bianchi ha tagliato il traguardo.

Ora che la sua straziante agonia si è consumata, mivengono in mente tante cose.

Le più banali, forse.

Giusto un anno fa, Luca Baldisserri, il capo della Driver Academy della Ferrari, mi aveva parlato con entusiasmo del talento di questo pilota francese. E’ pronto per una grande squadra, mi aveva detto. E io immaginavo che presto, forse già nel 2016, lo avrei ammirato sulla Rossa.

Mi viene in mente la grande gara che aveva disputato a Montecarlo, con la Marussia.

Poi ci fu quella orribile domenica di Suzuka e la percezione immediata che nulla ci poteva restituire il suo sorriso.

Sulla dinamica di quell’osceno incidente mi sono già espresso. Aggiungo che la successiva inchiesta della federazione non ha cancellato le perplessità (ed uso un eufemismo) sulle cause dello schianto.

Ma, sapete, quando accade l’irreparabile diventa purtroppo inutile accanirsi sulle ragioni di un disastro. Proprio perché una vita vale un mondo e tormentarsi sul perché l’abbiamo persa, quella vita, ha sì un senso in una logica di prevenzione, eppure non rimanda indietro le lancette dell’orologio.

Per mesi e mesi, come tanti, io sapevo che la speranza, umanamente irresistibile, era mal riposta. I dottori giapponesi erano stati espliciti da subito.

Penso, adesso, alla sua famiglia. A chi gli ha voluto bene. Solo questo conta. Solo questo.

Penso che da Ratzenbeger e Senna a Jules sono passati più di vent’anni. Ma la scheggia del dolore e la crepa del rimpianto non si sono mai attenuate.

Penso anche ad un’altra situazione di indicibile sofferenza.

E smetto di digitare sulla tastiera, prigioniero di uno sgomento senza fine.