Non parlo mai del Brasile 2006 per evitare la facile commozione del reduce rincoglionito.
Del resto, l’ultima di Schumi vestito di Rosso è una immagine indelebile. L’istantanea ideale che fotografa una vita. È la Sindone della Formula Uno.
Ho parlato invece non di rado di Interlagos 2012.
La speranza inutile di Fernando Alonso.
La gioia da sopravvissuto di Seb Vettel.
E l’addio, stavolta definitivo, di Michael.
Casualmente stavo lì, a pochi metri, quando Schumacher andò a congratularsi con il connazionale.
Il Vecchio e il Bambino.
Ah, il mio Brasile!
Entrando in circuito, ad Interlagos, mi colpiva sempre il busto di Carlos Pace, collocato in un angolo del camminamento che portava al paddock.
C’era sempre un fiore, lo sai?
Pace l’avevo visto correre solo in tv. Se non ricordo male fu l’unico, in Giappone nel 1976, a fermarsi insieme a Lauda nel diluvio. Sarebbe morto, Carlos, in un incidente aereo.
Ah, il Brasile!
Un giorno, eravamo già nella seconda metà degli anni Novanta, una centralinista che si chiamava Jacqueline si fece raccontare per filo e per segno com’era Senna fuori dall’abitacolo. Io narravo e lei aveva gli occhi pieni di lacrime.
Il giorno dopo, per ringraziare, mi regalò un disco di Toquinho.
Ah, il Brasile!
Hamilton 2008 ma prima ancora Kimi 2007. E ancora Fisichella 2003 e Prost 1990.
A parte noi italiani e gli inglesi, soltanto i brasiliani e i giapponesi hanno una passione tanto viscerale per l’automobilismo. Oggi può darsi stia scemando, il mondo cambia e non necessariamente in meglio: ma è stato bello essere lì, in quel casino talvolta rovinoso, quando usciva di sera dalla pista avevo paura mi tagliassero la gola nel buio e però senti qua, era stupidamente eccitante.
In questo week end a Interlagos la Ferrari del presente rincorre il residuo, nel titolo dei costruttori ci credo poco e invece sarebbe bello, sarebbe un premio meritato per un gruppo che qualcosa di buono ha combinato, sebbene il disincanto sia stato fortissimo.
Il disincanto. Quando una cosa fortissimamente desiderata svanisce e non puoi farci niente. E non è più la stessa cosa, dopo.
Il disincanto ti riporta con i piedi sulla terra, se non altro.
Ah, il Brasile.
Debbo cercare quel disco di Jacqueline, l’innamorata di Ayrton.
Prima che sia troppo tardi.