Un pensiero per il giovane centauro Dupasquier.
È la domenica della 500 Miglia di Indianapolis.
Io ho capito davvero il fascino del luogo quando l’ho frequentato per motivi legati alla Formula Uno.
Ho anche avuto il piacere di farmi un giro in macchina sull’ovale intero, non affrontato dalle monoposto da Gran Premio.
Sicuramente l’approccio americano alle corse è ben diverso dal nostro.
Banalizzando (ma non troppo!) potrei dire che la cultura a stelle e strisce pretende (esatto, pretende) che in ogni gara persino l’ultimo sulla griglia di partenza possa immaginare di vincere.
Nella nostra Formula Uno è impossibile.
Una volta vennero a casa mia ad intervistarmi i colleghi di Speed Tv, una emittente dedicata solo alle corse (non so se esista ancora).
Mi raccontarono che proprio loro non riuscivano a capire cosa ci trovassi di affascinante nella F1, dove al primo posto potevano aspirare due, massimo tre drivers.
Non era una osservazione campata per aria. Me la cavai dicendo che comunque io avevo una sincera ammirazione per Graham Hill e per Jacques Villeneuve e per Mario Andretti, insomma per i piloti che avevano trionfato nel catino di Indy e pure sui circuiti della “mia” Formula Uno.
Per questo è un po’ un peccato non si sia tradotta in realtà l’ipotesi di un ingresso Ferrari in quel campionato.
Se ne è parlato seriamente con la famiglia Penske ma poi John Elkann ha preferito Le Mans e credo abbia pure fatto bene.
Così, il solitario tentativo di Ciccio Ascari, quasi settanta anni fa, resterà senza imitatori.
E adesso, Start your engines…